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martedì 10 febbraio 2009

E' morta Eluana

Dopo 17 anni in stato vegetativo, si è spenta nella clinica di Udine dove era ricoverata. Alle 20.10 è morta Eluana Englaro. Si è spenta dopo un lunghissimo sonno durato più di 17 anni. Eluana ha vissuto in uno stato di coma vegetativo irreversibile dalla notte del 18 gennaio 1992, giorno del tragico incidente stradale che la ridusse in fin di vita. I medici riuscirono a strapparla alla morte ma non riuscirono a ridarle il sorriso e la spensieratezza che erano tratti tipici del suo carattere.Il segretario del PD, Walter Veltroni, ha rilasciato una dichiarazione: "Non si può non sentire tutta la pena per la morte di Eluana, per la fine del suo lunghissimo calvario. Il nostro primo pensiero va a lei, alla sua famiglia che da 17 anni condivide amore e dolore. Ora credo che la riflessione e il silenzio siano le uniche reazioni umane davanti a quello che è successo, lasciando lontane speculazioni e grida. Spero che questo sia condiviso da tutti e che questa tragica morte spezzi un clima di accuse, polemiche dichiarazioni scomposte. E questa drammatica vicenda dimostra come sia necessaria, in tempi brevi, una legge giusta sul testamento biologico che il nostro Paese attende da troppi anni". Viva sì ma capace solo di respirare. Il suo cuore ha continuato a battere ma la ragazza ha perso ogni forma intellettiva, di affetto e di coscienza. Le uniche esigenze che le erano rimaste erano quelle di essere alimentata, idratata ed essere pulita.Il coordinamento del Partito Democratico ha deciso, in segno di rispetto per la morte di Eluana Englaro, di rinviare tutte le iniziative pubbliche previste per la giornata di domani. In queste ore deve prevalere un sentimento di umana partecipazione e di vicinanza con la famiglia. Riposa in pace Eluana. (http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/71199/È_morta_Eluana)

lunedì 2 febbraio 2009

RABBIA E INDIGNAZIONE

Tre ragazzi danno fuoco ad un senza tetto solo per divertirsi un po' Una notte di sballo. Una notte di droga e di alcol. Poi la decisione di cospargere di benzina un barbone di origine indiana e di dargli fuoco. In sintesi, la cronaca di un'ordinaria follia accaduta a Nettuno nella notte tra sabato e domenica. Volevano solo divertirsi hanno dichiarato i tre ragazzi. Non c'è nulla legato al razzismo. E proprio in questa affermazione che sta il significato più agghiacciante della vicenda: è peggio il razzismo o il divertirsi dando fuoco ad una persona? Ma è proprio nel divertimento il lato peggiore del razzismo. Il PD, come la stragrande maggioranza degli italiani, partecipa con rabbia e indignazione Tre ragazzi, due maggiorenni di 29 e 19 anni e uno minorenne di 16, passano la sera alla ricerca dello sballo. Stanno giù di giri e hanno bisogno qualcosa di forte. Di più forte. E quindi quando stanno facendo rifornimento per la loro macchina, decidonoche l'ultimo euro di benzina sia da destinarsi al senzatetto che li aveva “provocati” solo per essere passato davanti ai tre nel piazzale della stazione ferroviaria. Davanti ai carabinieri hanno confessato la voglia di fare un "gesto eclatante per provare una forte emozione" e per questo di aver cercato uno che dormiva in strada, non per forza un romeno o un nero. Uno indifeso.Tornando alla stazione, lo trovano, lo cospargono di benzina e gli danno fuoco. Poi non riuscendo a spegnere le fiamme scappano come se niente fosse accaduto. La vittima, gravemente ustionato alle gambe, alle mani, all'addome e al collo ma fortunatamente fuori pericolo di vita, si chiama Navte Singh, 35 anni sikh, disoccupato e muratore all'occorrenza.Luca, il diciannovenne, dichiarerà alle forze dell'ordine che "il razzismo non c'entra, è stato solo uno scherzo al barbone, una bravata". La tesi è confermata anche dal comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Vittorio Tommasone che ha commentato: “al momento quel che sappiamo ci consente di escludere una matrice razziale. Il che non rende meno agghiacciante quel che è accaduto. Anzi. Perché se si vuole capire davvero quale è lo sfondo del tentato omicidio di Nettuno, allora bisognerà cominciare a ragionare su quel che accade ai nostri ragazzi. All'uso smodato che ormai fanno di droghe e alcol. A quelle che ne sono le conseguenze".Il mondo della politica si interroga sui fatti accaduti. Per Walter Veltroni, segretario del Partito Democratico, “quello che è successo a Nettuno è gravissimo e suscita in me, come nella stragrande maggioranza degli italiani, rabbia e indignazione. Esprimiamo solidarietà al giovane indiano selvaggiamente picchiato e bruciato e chiediamo che i responsabili di questo crimine siano assicurati al più presto alla giustizia. Episodi di intolleranza criminale come questo sono il frutto di predicazioni xenofobe, di un clima creato ad arte di odio e di paura”. “Non ci sono davvero parole per esprimere l'orrore di fronte agli episodi di violenza di Nettuno e di Roma di questi giorni”, ha dichiarato Piero Fassino, ministro degli Esteri nel governo ombra.“Ma è tempo soprattutto di chiederci – ha aggiunto Fassino - in quale società viviamo e soprattutto in quale vogliamo vivere, rimettendo al centro dei comportamenti di ognuno la dignità della persona, il rispetto del corpo altrui, la vicinanza con i deboli, la uguaglianza dei diritti e dei doveri, il rifiuto di ognuno forma di sopruso e di violenza, la lotta alla solitudine e alla marginalità”.“Fermiamo l'abisso della violenza prima che sia troppo tardi”. .Fuori dal coro unanime di condanna e con un suo particolare distinguo è stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno che ha precisato: ''Se qualcuno pensa che i recenti fatti di violenza, che hanno visto come presunti colpevoli delle persone immigrate, possano essere un alibi per ritorsioni xenofobe, si sbaglia di grosso - ha affermato - a nessuno è consentito farsi giustizia con le proprie mani e tanto meno strumentalizzare politicamente il dolore delle donne che sono state violentate nei giorni scorsi.In effetti la tragedia di Nettuno va inserita nel constesto di odio e paura che fa da sfondo alla triste situazione italiana degli ultimi giorni. Senza alcuna strumentalizzazione, se la sicurezza è stata il cavallo di Troia del governo Berlusconi e di molte amministrazioni passate nelle scorse elezioni al centrodestra, ora potrebbe ritorcersi contro gli stessi uomini di propaganda. Non bastano le rassicurazioni del premier o del sindaco di turno che cercano di sviare il pericolo addossando la colpa al branco rumeno o comunque clandendestino e straniero, istigando violenza su violenza. A Nettuno, i ruoli di vittima e di carnefice si invertono: la vittima è un immigrato, il carnefice un ragazzo di buona famiglia.La questione è di carattere sociale e culturale più che economica. Il divertimento si ottiene con un gesto al di fuori di ogni logica e ogni regola. La noia di un qualunque sabato sera avvalla il superamento di ogni limite della trasgressione e della vigliaccheria.E alla crisi dei valori si aggiunge la deriva istituzionale che il governo Berlusconi propone con la sua riforma della Giustizia. Così come per lo stupro di Guidonia, anche il caso di Nettuno sarebbe irrisolto se passasse la legge sulle intercettazioni. A spiegarlo è il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro in un intervista rilasciata a la Repubblica. "Oggi la polizia – ha risposto Spataro - potrebbe chiedere al pm di mettere sotto controllo il telefono di personaggi noti per il feroce razzismo contro gli immigrati, magari visti nei giorni precedenti mentre si aggiravano alla stazione. Basterebbero "gravi indizi di reato" e l'assoluta indispensabilità dell'ascolto per le indagini, requisiti indiscutibilmente presenti nell'esempio ipotizzato. Con la riforma, invece, occorrerebbero "gravi indizi di colpevolezza", lo stesso grado di prova che ne consentirebbe la cattura. Ma è evidente che sospetti ben precisi non equivalgono a "gravi indizi di colpevolezza". Dunque niente cattura, ma soprattutto niente indagini con intercettazioni". A.Dra

mercoledì 28 gennaio 2009

EMERGENZA SANITA':NEL 2010 SPESA SCOPERTA DI 10 MILIARDI

Tagli agli ospedali pubblici: meno posti letto e più diseguaglianze tra Nord e Sud. Lo Stato si dimentica dei suoi cittadini. Almeno di quelli che una clinica privata non possono proprio permettersela. Nel 2010, infatti, le Regioni saranno costrette a tagliare ospedali pubblici e posti letti. Il perché? Semplice: i fondi stanziati dal governo non saranno sufficienti a pagare i 10 miliardi "scoperti" necessari alla spesa sanitaria.E' questo il quadro che emerge dal rapporto 'Sanità 2008' curato dal Ceis (Centre for economic and international studies) dell'università Tor Vergata di Roma presentato oggi in una sala del Senato. Lo scenario descritto dallo studio è allarmante: sono circa un milione e 200mila le famiglie che si sono impoverite nel 2006 a causa di spese sanitarie impreviste, la maggior parte delle quali, circa 861mila, hanno ammesso di aver dovuto affrontare "spese catastrofiche". Una situazione di fronte alla quale il ministero del Welfare tenta una razionalizzazione dell'offerta sanitaria cercando di "liberare risorse - spiega il titolare del dicastero, Maurizio Sacconi - per destinarle ai servizi", riducendo il numero di ospedali e puntando su poche grandi strutture specializzate. Una scelta però bocciata dal rapporto Ceis. Ospedali e posti letto, infatti, sono necessari in quanto la domanda c’è ed è confermata dai dati resi noti: mentre cala l'offerta pubblica, aumenta quella privata.Tra il 2000 e il 2006 il numero degli ospedali pubblici in Italia è diminuito del 16,7% mentre, nello stesso periodo, quello delle strutture private accreditate è aumentato del 5%. Allo stesso tempo il numero di posti letto disponibili nelle strutture statali è calato del 13,6%, mentre in quelle accreditate, al contrario, è aumentato del 2,6%. Ormai, scrive il Cei, solo il 54% delle strutture sanitarie è di proprietà pubblica. E' vero che sono mediamente più grandi e ancora garantiscono l'80% dei posti letto. Ma si tratta di una percentuale che, secondo le proiezioni, è destinata a diminuire.Nel 2006, precisa il Ceis, il numero di posti letto complessivi, tra pubblico e privato, è pari a 4,5 ogni mille abitanti (in calo del 10,8% rispetto al 2000): di questi, 3,9 sono destinati al ricovero per acuti e 0,6 ai lungo-degenti, un livello al di sotto di quanto prescritto dalla legge, che prevede almeno un posto disponibile ogni mille abitanti. Solo il Lazio e la Provincia di Trento risultano in regola; per tutti gli altri la disponibilità è insufficiente. Tra il 2000 e il 2006 il numero degli ospedali è calato complessivamente del 7,9%. Primi nella classifica dei tagli il Veneto, che tra il 2000 e il 2005 ha sforbiciato il numero di strutture del 42% e quello dei posti letto del 15%, e il Friuli Venezia Giulia con, rispettivamente, -8% e -21%. In controtendenza il Molise con +22% delle strutture e +16% dei posti."I dati del Ceis – ha criticato il senatore Lionello Cosentino, responsabile Sanità nel governo ombra del Pd, commentando i dati del rapporto - purtroppo non sono una novità. La spesa cresce e il Governo annuncia tagli. Eppure le diseguaglianze nella salute e nelle cure sono già grandi nel Paese, fin troppo grandi"."Ciò che occorre - prosegue Cosentino - è aiutare le Regioni, soprattutto al Sud, a fare e a fare bene: controllare la spesa, la sua efficienza, i suoi risultati. Il piano nazionale, promesso per settembre con il Libro bianco sul Welfare dal ministro Sacconi, ancora non si vede".Secondo l'esponente democratico "sarebbe necessario definire le priorità e gli obiettivi di salute, coordinare le politiche delle Regioni in difficoltà, fare gioco di squadra. Ma il governo - conclude Cosentino - annuncia solo tagli. Non è la strada giusta".G.R. tutti gli articoli di MAGAZINE tagsanità ospadali salute PD 2.0 discuti su condividi Servizi stampa: vai alla versione per la stampa promemoria: effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria newsletter: iscriviti alla newsletter PD PD Mobile: digita www.partitodemocratico.it/mobi, oppure naviga la home page PD con il tuo cellularegwcached,61 mypd-promemoria Sei iscritto al PDNetwork?Effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria Promemoria personale Altri su questo tema La sanità tradita dai partiti fonte Umberto Veronesi - Il Riformista La Sanità di Berlusconi: una ricetta sbagliata fonte Livia Turco - L'Unità Le proposte del PD per la Salute L'apprezzamento del mondo scientifico per le proposte del PD - Integrali Sanità, il messaggio di Barbara Ensoli a Veltroni Sanità: l'apprezzamento del mondo scientifico a Veltroni Sanità: Mandelli, da Veltroni proposte di grandissimo valore Basta liste d'attesa

Silvio Berlusconi. Il PD: ignora il dramma della violenza sessuale e si smentisce sull'utilità dei soldati">

Frasi oscene Berlusconi sottovaluta la violenza sulle donne. Aderisci all'appello del PD "Contro la violenza sulle donne, promuovere la cultura del rispetto"fonte "Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...". Silvio Berlusconi. Il PD: ignora il dramma della violenza sessuale e si smentisce sull'utilità dei soldati Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un crescendo di episodi di violenza contro le donne, dalle atroci aggressioni allo stupro di gruppo, avvenuti soprattutto nella città di Roma.Per questo chiediamo che: - il ministro dell'interno Maroni venga al più presto in Parlamento a riferire sulla grave emergenza della violenza contro le donne e sulle misure, anche finanziarie, che il governo deve mettere in campo al più presto per contrastare il fenomeno e rendere le città più sicure per le donne;- il Parlamento prenda al più presto in esame le proposte del Pd contro la violenza sulle donne, a sostegno dei centri antiviolenza; la legge sullo stalking venga approvata al più presto; il governo metta in campo una campagna antiviolenza la quale informi le donne sulle strutture e i servizi di prevenzione e contrasto e preveda corsi di educazione al rispetto della differenza di genere nelle scuole, per promuovere il rispetto della dignità e dei diritti delle donne.Il Partito Democratico nelle prossime settimane lancerà una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale per contribuire alla prevenzione e a una cultura del rispetto del corpo femminile.Per aderire all'appello presto sarà online un modulo d'adesione, intanto si può aderire lasciando il proprio nome e cognome in un commento al post su PdNetwork .La violenza contro le donne è un fenomeno che assume ormai i connotati di una vera e propria emergenza nazionale, costituendo la prima causa di morte per le donne e le giovani donne. Ennesima battuta. Ennesima frase shock che infiamma il dibattito politico: "Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...". Parole indegne che dimostrano quanto sia scarsa la responsabilità e la sensibilità per le violenze sulle donne da parte di Berlusconi. Ma fa ancora più senso il fatto che queste frasi sembrano cadere nel vuoto e nell'indifferenza della gente comune. Sembra che essere Presidente del Consiglio autorizzi la possibilità di dire qualunque cosa passi per la testa senza alcuna preoccupazione o rispetto per la carica istituzionale.La faccenda è ancora più drammatica se si pensa che anche stavolta il premier ha dovuto rilanciare e ribaltare l'accusa. Benzina sul fuoco: "Lo stupro - ha aggiunto - è un reato indegno, incivile ed esecrabile. Punto e basta. E' un punto fermo, il mio era un complimento alle ragazze italiane che sono alcuni milioni, io penso che in ogni occasione serva sempre il senso della leggerezza e dell'umorismo”. Leggerezza e umorismo?Poi, avendo completamente perso la faccia ha proseguito commentando la concessione degli arresti domiciliari per il violentatore di Capodanno: “lo stupro è un trauma che rimane nella vita e quindi sono in disaccordo totale con il giudice che ha messo fuori il responsabile dell'atto". Per fortuna!Per Walter Veltroni “l’ennesima battuta del presidente del Consiglio di fronte al dramma delle tante donne violentate in questi giorni è una dimostrazione ulteriore di scarsa responsabilità e di scarsa sensibilità per una forma di violenza che segna la vita delle persone che la subiscono”. Quindi interpellato da alcuni giornalisti, il segretario del Partito democratico ha dichiarato che “il Presidente del Consiglio ignora il dramma della violenza sessuale, offende le donne italiane e smentisce se stesso sull’utilità dell’impiego dei militari”. Indignata anche Giovanna Melandri, ministro ombra per le Comunicazioni: "il linguaggio della politica è talvolta ambiguo, frutto di mille mediazioni e, per questo, poco chiaro. E Berlusconi ha da tempo abituato gli italiani alle sue battute. Ma mai come questa volta mi sento da donna, ancor prima che da parlamentare, di dover dire a Berlusconi una cosa chiara: quello che ha detto sugli stupri è profondamente offensivo e inqualificabile, perché il dolore e la sofferenza delle donne non può racchiudersi mai in una battuta così sciatta”.“Tra un'ora potrà smentire, - ha proseguito la Melandri - minimizzare o dire, come fa sempre, che è stato frainteso. Ma personalmente non cambierò mai idea sul fatto che nessun uomo, e men che meno il presidente del Consiglio, possa ironizzare sulle donne e sul dolore e sulla sofferenza prodotti dalla violenza cieca su di esse”. “Ringraziamo il presidente del Consiglio per la sua sincerità e per il sense of humor con cui ci aiuta a stemperare la tensione e la paura. Grazie per aver detto a tutte le donne che se escono da sole, in fondo in fondo, se la cercano. Grazie per aver scherzato sullo stupro, grazie per aver scherzato su di una tragedia che colpisce nella mente e nel corpo le donne che la subiscono” ha commentato Pina Picierno, ministro ombra del PD per le politiche giovanili.“Grazie per essersi rivelato quello che è – ha continuato la Picierno. Grazie per aver rivelato agli italiani che la sua campagna per la sicurezza non era altro che un bluff orchestrato in maniera magistrale. Grazie per aver promesso più sicurezza tagliando i fondi per le forze dell’ordine lasciando il territorio in balia della criminalità. Veramente un bello scherzo. Nel caso di Berlusconi è proprio vero che la miglior battuta è quella non detta. Piuttosto vorrei sapere cosa ne pensano donne come il ministro Gelmini o il ministro Meloni, chissà se anche loro hanno lo stesso spirito umoristico”. “Suscita indignazione la decisione di concedere gli arresti domiciliari al responsabile, reo confesso, dello stupro di una giovane donna a Roma nella notte di Capodanno”. Lo ha dichiarato Vittoria Franco, ministro delle Pari Opportunità del governo ombra del PD. “Se manca la certezza e l’esemplarità della sanzione – ha continua Franco – il rischio è che passi un messaggio di non gravità del reato compiuto. Mai come in casi del genere la certezza della pena – chiunque sia il colpevole, straniero, immigrato o ragazzo di buona famiglia – serve da esempio e contribuisce alla prevenzione. La violenza contro le donne è ormai diventato un fenomeno da combattere con strumenti adeguati. Guai a sottovalutarne la portata, come oggi ha irresponsabilmente fatto il presidente del Consiglio, perché questo costituisce un’offesa alla dignità di chi ha subito la violenza”. Per Marina Sereni, vicepresidente dei deputati PD, "la violenza sulle donne non può essere oggetto né di campagna elettorale, né tanto meno di polemiche o battutacce oscene. Il Parlamento approvi subito una legge seria sulle molestie persistenti, sullo stalking. Noi del PD siamo impegnati alla Camera, che ne sta discutendo in questi giorni, a far sì che insieme a norme che puniscano penalmente il responsabile del reato, ne vengano approvate altre che insistano sulla prevenzione, sulla formazione del personale medico, di pubblica sicurezza e di assistenti sociali dedicati. Ratificate le norme sulle molestie, mi auguro, non si perda altro tempo e si passi immediatamente all’approvazione di una legge complessiva contro la violenza di genere". *** Intanto a seguito dell'appello lanciato in rete da Veltroni, è stato immediatamente chiuso il gruppo "Stupro di gruppo" creato da un anonimo su Facebook. “E’ una vergogna, quel gruppo su Facebook va chiuso” ha dichiarato Walter Veltroni raccogliendo l'allarme diffuso tra i tantissimi amici e fan che frequentano quotidianamente il social network. Una vera e propria apologia della violenza, una istigazione contro le donne. A.Dra tutti gli articoli di PRIMO PIANO tagviolenza stupro donne smentite esercito roma violenta PD 2.0 discuti su condividi Servizi stampa: vai alla versione per la stampa promemoria: effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria newsletter: iscriviti alla newsletter PD PD Mobile: digita www.partitodemocratico.it/mobi, oppure naviga la home page PD con il tuo cellularegwcached,53 mypd-promemoria Sei iscritto al PDNetwork?Effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria Promemoria personale Altri su questo tema Jean Léonard Touadi: "Alemanno solo adesso tira fuori il nostro piano" fonte Intervista di Luciana Cimino - L'Unita' - ed. Roma Emergenza sicurezza: Pd network discute Ma è una pura fantasia. I numeri non ci sono fonte Gimpiero Giacomello - Il Riformista Achille Serra: "Alemanno non ha risolto la questione dei nomadi, ha solo sbaraccato campi" fonte Intervista - L'Unità Achille Serra: Che bufala, già i primi tremila erano quasi inutili fonte Intervista - La Stampa Il grande bluff Prima le donne poi Brunetta fonte Vittoria Franco - Europa Donne in pensione più tardi? Allora investiamo sul lavoro Battuta d'arresto per la sicurezza fonte Marco Ludovico - Il Sole 24 Ore Dal PDNetwork Come parteciparepuoi partecipare con i tuoi articoli iscrivendoti al social network. Compila il modulo di iscrizione e partecipa alle attività del gruppo

martedì 27 gennaio 2009

LA GIORNATA DELLA MEMORIA

27/01/2009 Una Memoria per il domani Argomento: Politica Sezione: Politica Invia Stampa Evitare l’oblio, impedire la negazione della storia e ostacolare l’ingiustificabile capovolgimento della realtà. La Giornata della Memoria che si celebra ogni 27 gennaio, giorno in cui nel 1945 avvenne la liberazione degli ultimi sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz, è destinata a questo: allontanare il pericolo dell’antisemitismo, scacciare il male che nel terreno putrido dell’intolleranza non smette di ritrovare vigore e forza.I fatti che la cronaca continua ancora a raccontare non lasciano spazio a dubbi. Il pericolo esiste, e non va sottovalutato. Secondo una ricerca condotta dal Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano) e pubblicata dal Corriere della Sera mostra un quadro molto complesso e inquietante. “Il 44% della popolazione italiana – afferma la ricerca – mostra pregiudizi o atteggiamenti ostili agli ebrei”. Di questi, ben il 12% sono considerati i “veri antisemiti”. Cifre, queste, che concorrono a giustificare la preoccupazione espressa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il primo cittadino italiano, intervenuto alle celebrazioni in memoria della Shoah, parla di “virus dell’antisemitismo”. Di un male, cioè, che va curato prima che esploda e che infetti il corpo fragile della società."Proprio in questi momenti - dice Napolitano - deve farsi più forte la vigilanza ed esprimersi più nettamente la reazione contro il riprodursi del virus dell'antisemitismo, contro l'insorgere di nuove speculazioni e aggressive campagne contro gli ebrei e contro lo Stato ebraico". Il Capo dello Stato ricorda, infatti, che la celebrazione del 27 gennaio giunge a pochi giorni dal conflitto nella Striscia di Gaza, "vissuto con angoscia dagli amici del popolo israeliano e del popolo palestinese". Anche per il segretario del PD, Walter Veltroni, la Giornata della Memoria riguarda “qualcosa di molto attuale e per nulla rituale”. “E’ intollerabile – ricorda il leader democratico nel suo intervento su il Riformista – rovesciare le stelle di Davide in simboli nazisti: quella stella a sei punte portate sulle divise a brandelli nei campi di concentramento era l’annuncio della morte, non può che essere foriero di incomprensioni e problemi”. “Credo sia questo il senso giusto da fare anche a questa giornata. – continua Veltroni – Il ricordo, la memoria, non è la celebrazione di un passato immobile di una storia immobile e lontana nel tempo. Deve essere un’azione attiva”. Un’azione, dunque, che può e deve trovar sfogo nel riverbero della verità. Quella verità che ancora oggi viene negata da alcuni e oltraggiata da altri. Quella verità destinata a fare da cura al passato e da monito al futuro.

venerdì 16 gennaio 2009

AIUTIAMOLI!

gwcached,99 Home Il Partito Aggiornamenti Governo ombra Agenda Partecipa Contatti gwcached,99 Sei in INTERNAZIONALE - Area Principale - Copertina 10 gennaio 2009 INTERNAZIONALE - Copertina Aiutiamoli Gli aiuti alla popolazione di Gaza colpita dalla guerra sono una priorità assoluta. Per questo motivo il segretario del Partito democratico Walter Veltroni ha chiesto, prima di tutto ai circoli del partito, ma anche alle associazioni e alla rete delle amministrazioni locali già impegnate sul fronte umanitario, uno sforzo straordinario di solidarietà. “Di fronte alla tragedia del conflitto a Gaza è grande, anche nel nostro Paese – ha detto Walter Veltroni - la volontà di molti cittadini di contribuire concretamente ad alleviare le sofferenze dei civili colpiti dalla violenza della guerra. Il Partito Democratico ha deciso di sostenere alcuni programmi di intervento umanitario a favore della popolazione civile colpita dal conflitto in corso nella Striscia di Gaza. In particolare il sostegno del Pd andrà ai progetti di aiuto gestiti rispettivamente dalla Caritas e dall’Unicef. Questa nostra iniziativa umanitaria, insieme con il confronto politico che abbiamo promosso martedì prossimo a cui parteciperanno l’ambasciatore israeliano e il delegato generale palestinese, rappresenta il nostro primo, concreto contributo per affrontare la drammatica situazione mediorientale”. La Caritas - stabilmente presente ed operante in Medio oriente con progetti umanitari e di sviluppo a favore delle popolazioni israeliane, palestinesi e libanesi - sta intensificando gli sforzi per soccorrere le vittime civili del conflitto in corso a Gaza. La Caritas italiana invita a sostenere lo staff medico del Centro sanitario di Caritas Gerusalemme dislocato a Gaza che lavora incessantemente in condizioni di grande difficoltà. Sono infatti sempre più esigue le riserve di viveri e di medicinali. L’Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia) è la principale organizzazione mondiale per la tutela dei diritti e delle condizioni di vita dell'infanzia e dell'adolescenza. Presente stabilmente a Gaza con uno staff composto da personale locale, l’Unicef sta prestando sin dall'inizio della crisi la propria opera di soccorso all'infanzia. Come contribuire Per il centro sanitario di Caritas Gerusalemme a Gaza si possono inviare offerte a Caritas Italiana, specificando nella causale Terrasanta Gaza o tramite C/C POSTALE N. 347013 o con bonifico Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113. Per il sostegno alle iniziative dell’Unicef i contributi possono essere versati, indicando la causale: Palestina aiuti umanitari online dal sito www.unicef.it o con un versamento sul C/C POSTALE N. 745000, intestato all’Unicef, causale: Palestina aiuti umanitari. Numero verde Unicef 800745000.

NON RASSEGNARSI!

Dal convegno organizzato dal PD 4 proposte per rilanciare l'iniziativa di pace in Medio Oriente Un invito al dialogo tra i moderati, anche quando questo sembra difficile, difficilissimo. Ma non impossibile. Perchè se esiste un messaggio positivo nella storia del conflitto israelo – palestinese è che la pace è sembrata a portata di mano proprio quando la soluzione sembrava impossibile. Come quando fu Ariel Sharon a convincere, con una decisione molto impopolare, i cittadini e moltissimi coloni ad abbandonare i territori palestinesi occupati. O prima, quando a portare avanti la causa della pace negoziata tra i due popoli fu Yitzhak Rabin, patriota ed eroe di guerra, poi brutalmente assassinato. Oppure oggi, quando con forza continua l'inziativa diplomatica franco – egiziana, sotto l'egida delle Nazioni Unite, che hanno approvato una risoluzione, la 1860, dal valore politico assolutamente forte.E' questo il messaggio che esce dal convegno promosso dal PD nella sala del refettorio di via del Seminario, in cui Walter Veltroni, Piero Fassino, Massimo D'Alema, Franco Marini, Francesco Rutelli si sono confrontati con personalità di spicco come Sergio Romano, Igor Man e Lucio Caracciolo e con l'ambasciatore israeliano Gideon Meir e Sabri Ateyeh, Delegato generale palestinese. Un dibattito anche acceso, che ha riflesso le profonde differenze di vedute tra i due popoli oggi in guerra .Ma “non rassegnarsi alla guerra – dice Piero Fassino nel suo intervento di introduzione al dibattito - significa fermala, per fermare le vittime e l’odio e il solco di incomunicabilità che allontana la pace stessa. Per questo siamo per un cessate il fuoco sicuro e durevole, e reciproco, nel rispetto della risoluzione 1860”. Nel corso dell'incontro si sono confrontate posizioni diverse, spesso in contrasto sull'interpretazione dei fatti, riproponendo a volte quello scambio di accuse reciproche, di colpe e recriminazioni che da sempre caratterizzano la questione palestinese. Come quando Lucio Caracciolo sottolinea come la questione palestinese sia diventata negli ultimi otto anni di amministrazione Bush una “questione periferica” e sia ormai relegata da “problema politico a mera questione umanitaria”, ammettendo anche con amarezza che occorre “una sorta di rivoluzione culturale, che all’atto pratico non viene però portata avanti”, anche per via della mancanza di una leadership palestinese forte. Particolarmente duro poi l'intervento di Sergio Romano, tanto da colpire l'attenzione dell'ambasciatore Gideon Meir, quando Romano chiama Israele alle sue responsabilità in quanto “potenza occupante” e accusa il governo israeliano di aver ridotto il governo di Ramallah ad una sorta di “Vichy palestinese e Mazen come il maresciallo Pétain”. Altrettanto dura la risposa dell'ambasciatore israelianoche attacca la comunità internazione, colpevole di aver ignorato i “9200 razzi lanciati da Hamas contro Israele negli ultimi sette anni”, o accusa Hamas di essere “un'organizzazione spietata” che non esita a farsi scudo dei civili e limita i diritti dei palestinesi. Presente Sabri Ateyeh, che ascolta l'intervento dell'ambasciatore e rifiuta, in nome dei valori di pace e democrazia che ha fatto propri durante il periodi di studi in Europa, le accuse. Soprattutto quando l'ambasaciatore attacca: “Non bastano le elezioni per fare della Palestina una democrazia”.Ma l'invito da parte di tutti gli esponenti del Pd è per un cessate il fuoco condiviso, per una ripresa del dialogo politico che getti le basi di un processo di pace duraturo. Il cessate il fuoco non può prescindere dal ritiro delle truppe dalla Striscia e dalla fine del lancio di razzi verso Israele, con una forza di interposizione internazionale, sul modello libanese, che assicuri l'accesso degli aiuti umanitari ma non delle armi. Ma il fatto fondamentale resta la ripresa del dialogo politico. “Questo nostro incontro vuole cercare proprio di dire che la politica è lo strumento attraverso cui cercare la pace. Anche se abbiamo imparato che talvolta la politica ha bisogno della forza, come nei Balcani, ma non viceversa, abbiamo bisogno di rimettere al centro la politica rispetto a conflitti, anche sanguinosi come quello mediorientale – dice il segretario Walter Veltroni a conclusione dell'incontro. Un dialogo rivolto a legittimare soprattutto gli attori arabi moderatri, come la Giordania, l'Egitto, lo stesso Abu Mazen a capo dell'Anp. “La politica degli assassini mirati ha portato Hamas a rafforzarsi e a vincere le elezioni, costruendo un nuovo gruppo dirigente, perchè il martirio alimenta le ragioni di Hamas. L’unica via è sostenere le ragioni del mondo arabo moderato ed è necessario che l’occidente tenga conto di ciò che gli arabi moderati ci chiedono. Per esempio sarebbe meglio ascoltare ciò che chiede Abu Mazen se lo si vuole rafforzare come interlocutore” ,dice Masimo D'Alema nel suo intervento, anche per non fare della Palestina l'epicentro di una “Jihad globale”.Per questo il PD, criticando profondamente l' (in-)azione del governo, incapace di “spendersi per questo dialogo, perchè non ne ha ne la forza ne la voglia”, dice Veltroni, avanza quattro proposte per rilanciare il processo di pace: lotta al terrorismo per la sicurezza di Israele, cessate il fuoco per permettere l'accesso degli aiuti umanitari, sostegno, dialogo e legittimazione dello forze arabe moderate e invio di una forza di interposizione internazionale sul modello di quanto sperimentato e successo in Libano. “Prima faremo tacere il linguaggio delle armi e prima riusciremo a far si che un’iniziativa di pace attraverso la politica si possa affermare” conclude Walter Veltroni.(foto da NYT)Emilio Vettori tutti gli articoli di INTERNAZIONALE tagisraele palestina pd gaza striscia di gaza PD 2.0 discuti su condividi Servizi stampa: vai alla versione per la stampa promemoria: effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria newsletter: iscriviti alla newsletter PD PD Mobile: digita www.partitodemocratico.it/mobi, oppure naviga la home page PD con il tuo cellularegwcached,99 mypd-promemoria Sei iscritto al PDNetwork?Effettua il login per aggiungere questo documento al tuo promemoria Promemoria personale Altri su questo tema Gaza sull'orlo del collasso Restare umani a Gaza fonte Lidia Ravera - L'Unità Il "faraone" Suleiman: da spia a negoziatore fonte Davide Frattini - Il Corriere della Sera Salpano gli aiuti iraniani. 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lunedì 22 dicembre 2008

IL DOVERE DI NON DELUDERE

19/12/2008 Il dovere di non deludere Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi.Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante, sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà. La crisi finanziaria, esplosa nei mesi scorsi, è diventata recessione economica e sta colpendo con durezza la vita delle persone, delle famiglie, delle imprese.Nel terzo trimestre di quest’anno il Pil è sceso dello 0,9 per cento. L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione è arrivato al 6,1 per cento e Confindustria stima che arriverà all’8,4 per cento nel 2009. Settori cruciali del nostro apparato produttivo conoscono riduzioni di ordinativi nell’ordine del 30 per cento rispetto allo scorso anno. La caduta dei consumi e la stretta creditizia tolgono ossigeno alle piccole imprese: tre su cinque stanno avendo difficoltà nell’accesso al credito. Più di 300 mila lavoratori sono già in cassa integrazione: 58 mila in diversi stabilimenti della Fiat, 1.600 nelle sole acciaierie di Piombino, e soffrono anche distretti forti della nostra economia come quello delle ceramiche di Sassuolo e quello dell’occhialeria di Belluno. Sempre Confindustria stima che la crisi distruggerà 600 mila posti di lavoro.“Io non renderei note queste cose”, ha detto ieri il Presidente del Consiglio.Ma questi non sono solo numeri: sono storie, sono vite, sono famiglie mortificate e in ginocchio, sono dignità ferite e speranze infrante. E questa realtà il Presidente del Consiglio non può pensare di cancellarla agli occhi degli italiani. Alcuni di voi avranno letto, su Internet, i racconti dei ragazzi di 5 mila scuole italiane. Descrivono cos’è la crisi, con gli occhi di un adolescente, mentre la vita continua, mentre si avvicinano le Feste di Natale. Una di queste lettere descrive quello che succede in una famiglia normale, semplice, onesta. Lo sguardo di una ragazza che cade sui suoi genitori, seduti al tavolo della cucina. Il padre con la testa fra le mani. La madre con lo sguardo preoccupato che prova a consolarlo. Quelle due parole, “cassa integrazione”, percepite distintamente.E il racconto che prosegue: “papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di operaio che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese. Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle solite verdure. Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli occhi e gli dice determinata e lucida: è lo Stato che ha fallito, non tu; lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta producendo sempre più nuovi poveri”. Il dramma è questo. La crisi sta colpendo un Paese fermo e terribilmente diseguale, un Paese con le infrastrutture in ritardo e senza mobilità sociale, sempre più diviso fra ricchi e poveri, fra chi paga le tasse e chi no, fra pochi che per molto tempo hanno tratto vantaggi dalle speculazioni finanziarie e tanti che anche per effetto dell’avida ingordigia di questi pochi ora non arrivano alla fine del mese.Gli operai che faticano, che troppo spesso rischiano anche la vita per 1.200 euro al mese e che ora vivono con l’angoscia di arrivare in fabbrica e sapere che si va tutti a casa perché la produzione si ferma. I pensionati che devono calcolare come impiegare quel che resta della loro pensione dopo aver pagato l’affitto di casa e le bollette e decidere se eliminare qualcosa quando vanno al supermercato oppure entrano in farmacia. I ragazzi che, quando scadono i sei mesi passati al telefono a quattro o cinque euro l’ora, sanno che nemmeno verranno avvertiti e “licenziati”, perché semplicemente non verrà loro rinnovato il contratto: si calcola possano essere mezzo milione, quelli che alla fine dell’anno saranno in questa condizione. Tutte quelle famiglie che sono state sempre considerate “ceto medio”, ma che stanno diventando i “nuovi poveri” di cui si parla nella lettera di quella ragazza. O che comunque sentono che possono facilmente diventarlo: l’Italia è il paese europeo, seconda solo all’Ungheria, con la percentuale più alta di persone (più di un terzo della popolazione) che si sentono a rischio povertà. La realtà nuova con cui tutti siamo chiamati a fare i conti ha insomma un nome: disuguaglianza sociale. E noi, una forza come il Partito Democratico, non possiamo rispondere che in un modo: facendo nostra, nei modi che sono di un partito riformista e dell’innovazione, la lotta alle forme di questa moderna e inaccettabile disuguaglianza sociale. E’ proprio adesso che noi possiamo farlo, che il Partito Democratico può e deve farlo. E’ il senso, la ragione, della nostra stessa esistenza.Nel momento in cui c’è un’emergenza da gestire, per attutire l’impatto della crisi sulla società italiana. Ora che c’è da immaginare e costruire il futuro, se si vuole evitare che l’Italia esca dalla recessione più piccola, più sola e ancora più ingiusta.C’è bisogno di molta e buona politica. Gestire l’emergenza, immaginando e costruendo il futuro, richiede infatti la capacità e la volontà di fare appello, in piena trasparenza, a tutte le energie del Paese. Richiede spirito repubblicano, forte coesione nazionale, senso di responsabilità diffuso, insieme al coraggio di decisioni difficili e ambiziose.Al governo, lo diciamo con rammarico, sono fin qui mancati sia il coraggio dell’innovazione, sia la capacità di confronto: sul piano politico e parlamentare, come su quello sociale e sindacale.La destra appare più impegnata in una campagna elettorale permanente. Il governo fa l’opposizione all’opposizione, piuttosto che governare il Paese in un passaggio così difficile. Gli italiani se ne sono accorti e hanno cominciato ad esprimere disillusione e preoccupazione.In Abruzzo, il partito dell’astensione ha sfiorato la maggioranza assoluta. E il nuovo presidente della Regione è stato votato da meno di un quarto degli elettori. Non si contano i sondaggi che rilevano la crescita esponenziale della propensione al non voto.E’ evidente che l’angoscia per la crisi economica e sociale, insieme alla caduta di autorevolezza, di credibilità morale della politica, stanno aprendo una pericolosa voragine nella democrazia italiana.Anche sotto questo profilo, il profilo politico e istituzionale, la crisi sarà uno spartiacque. Non solo il volto economico, produttivo, sociale dell’Italia, non solo il suo peso e il suo ruolo in Europa e nel mondo: anche la sua fisionomia civile, la sua qualità democratica saranno ridefiniti, usciranno radicalmente cambiati.Potremmo ritrovarci in un Paese che non riconosciamo. Migliore o peggiore: dipenderà anche da noi, da cosa decideremo di fare e prima ancora di essere.Sarà un paese senza il berlusconismo, che nonostante le apparenze è un modello culturale, prima ancora che economico e politico, che inevitabilmente volge al tramonto. E’ stato il nostro modo, il modo italiano, di adattarci all’egemonia del pensiero neo-conservatore, che ha dominato il mondo negli ultimi trent’anni e oggi è entrato in una crisi irreversibile.Il Partito Democratico invece è nato per abitare il futuro. Per essere la vela con la quale l’Italia può prendere il vento nuovo: quel vento democratico che oggi sembra essere l’unica energia che può portare il mondo fuori dalla crisi.Ma non possiamo dare nulla per scontato. Non basta un’intenzione, per produrre un successo storico. Serve un’opportunità oggettiva, un’occasione prodotta dalla storia. E serve anche una convinta decisione soggettiva, che si traduca in una collettiva assunzione di responsabilità.Il Partito Democratico è nato sulla base di una sintesi tra continuità e innovazione. Era inevitabile e forse anche saggio. Se oggi abbiamo il PD, se oggi siamo il PD è perché culture politiche che hanno fatto la storia del Paese, organizzazioni profondamente radicate nella società italiana hanno deciso, con generosità e lungimiranza, di guardare oltre se stesse, di pensare il futuro. Ma la crisi economica e politico-morale che stiamo vivendo ci consegna, oggi, un’alternativa, secca e drammatica: o innovazione, o fallimento.O siamo capaci di accelerare l’innovazione – politica e programmatica, ma più ancora radicando un partito nuovo – o rischiamo che il PD sia travolto. O aiutiamo il Partito Democratico a saltare nel futuro, o finiamo per legarlo ad un presente che la crisi sta precipitando nel passato.Questo è l’ultimatum che ci hanno inviato gli elettori abruzzesi. Con l’astensione di massa, che non ha colpito solo noi, ma anche e innanzi tutto noi. E con il voto all’Italia dei Valori, che come è stato scritto è il sintomo e non la causa del nostro malessere. L’una e l’altro, sono espressione di una protesta, dura, rabbiosa, e insieme di un appello accorato, da parte dei nostri elettori.Il bollettino quotidiano, che da ormai diverse settimane ci informa di indagini o provvedimenti giudiziari nei confronti di nostri amministratori o dirigenti, in tutta Italia e in particolare nel Mezzogiorno, racconta al Paese di un Partito Democratico segnato da opacità amministrative, compromessi morali, collusioni col malaffare.Sappiamo che si tratta di un’immagine deformata e quindi ingiusta. I nostri amministratori sono migliaia: migliaia di persone perbene, la stragrande maggioranza delle quali regala alla collettività un servizio in regime di volontariato, quando non ci rimette di tasca propria.Al Paese voglio dire che il PD è un partito di persone per bene, di amministratori straordinari, che sono un patrimonio per l’Italia. Colpirli significa danneggiare quella cultura del buon governo e della responsabilità etica che caratterizza il lavoro, la fatica e il rischio di migliaia di amministratori italiani.E tuttavia, non si può deformare, o ingrandire, qualcosa che non c’è. Non sappiamo se ci sono elementi di prova a carico degli amministratori e dirigenti politici indagati dalla magistratura. Per ciascuno di loro vale, come per tutti, il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, fino alla eventuale condanna definitiva.E la magistratura, lo diciamo in questo momento con la nettezza di sempre, deve procedere nel suo lavoro senza che da nessuna parte venga messo in discussione il principio della sua autonomia e indipendenza. Quel principio che è la forza di una democrazia. Per noi la questione morale è centrale. Lo è per il nostro elettorato, lo è per ciascuno di noi individualmente. Per questo, quando si affaccia, determina in noi inquietudine e voglia di reagire.Sia chiaro: noi vogliamo più di chiunque altro che proprio gli amministratori di centrosinistra siano i più attenti alle regole, giuridiche e morali, che presidiano al loro lavoro. E dunque, se la magistratura, in singoli casi, registra gravi anomalie, è giusto che intervenga. Non siamo tra coloro che rispettano la magistratura e la sua autonomia a seconda di chi è indagato.Allo stesso tempo voglio dire questo: un magistrato ha nelle sue mani uno strumento molto potente, che può distruggere la vita e la dignità di una persona. E non penso solo ai politici o agli amministratori, ma in primo luogo ai singoli cittadini.Voglio essere sincero, perché lo sostenne il mio giornale, quando ero direttore dell'Unità, al momento dell'arresto di Paolo Berlusconi: la sottrazione ad una persona della sua libertà è uno strumento estremo, da utilizzare davvero con grande equilibrio e attenzione.Anche perché non si può ignorare il fatto che sul lavoro della magistratura agisce la morsa di un sistema mediatico che finisce per regalare nove colonne alla notizia di un'indagine e consegna a sole tre righe quella del proscioglimento.La magistratura ha un grande potere, al quale non può non corrispondere una grandissima responsabilità. E un po’ come un medico che se sbaglia un’operazione può segnare per sempre la vita di una persona. E comunque, per noi, non c’è solo il codice penale. Non possiamo non vedere come nel nostro partito si siano insinuati stili politici, metodi di gestione della cosa pubblica, modalità di rapporto con la società civile e di relazione con la sfera degli interessi privati, assai diversi da quelli che devono essere nostri.C’è la grande maggioranza degli amministratori di centrosinistra, che hanno sempre ispirato la loro condotta a principi di trasparenza, di competenza, di innovazione e su queste buone pratiche hanno basato la loro popolarità tra i cittadini.E tuttavia, da diversi anni a questa parte è cresciuta, attorno a tutti i partiti, anche un’area grigia e paludosa, nella quale la trasparenza è diventata opacità, la competenza professionismo politico e carrierismo arrogante, l’innovazione gestione cinica di un potere fine a se stesso.La popolarità, in questi casi, ha lasciato il passo al disincanto e alla delusione. E ci si è illusi di poter compensare questo deficit di consenso con il rovesciamento del rapporto tra potere e consenso: non è più il libero consenso dei cittadini che legittima il potere, ma è il potere che viene utilizzato per acquistare il consenso.E comunque, anche le ultime indagini dimostrano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la questione della moralità della politica non riguarda certo una parte sola. Noi la avvertiamo in modo particolarmente bruciante perché la nostra cultura, i nostri valori, il nostro modo di essere, quello di tutto il nostro popolo, mette la legalità e l’onestà personale al primo posto, assoluta precondizione del far politica.Per altri non è certo così. E tutto si può accettare tranne le lezioni che vengono da chi tra le sue file ha indagati per reati connessi alla mafia e alla camorra. Da chi, mi riferisco al Presidente del Consiglio e voglio dirlo senza alcuna concessione alla demagogia, ma per semplice verità dei fatti, ha scelto di fronteggiare le sue vicende giudiziarie varando una serie infinita di leggi ad personam.E’ in funzione dei nostri valori che noi siamo estremamente severi con noi stessi e promuoviamo la nostra stessa profonda innovazione. Un partito ha pochi poteri di intervento su se stesso in chiave punitiva e repressiva. Ha invece grandi responsabilità e possibilità nella prevenzione di comportamenti illeciti, o comunque sbagliati. Perché se organizziamo la nostra vita interna in modo da tollerare fenomeni di malcostume politico, per quanto non penalmente rilevanti, di fatto abbassiamo la soglia etica e creiamo le premesse anche per la violazione delle leggi.Il Partito Democratico è un partito nuovo, anche perché la prevenzione del malcostume politico intende farla sul serio. Anche se questo dovesse costare, nell’immediato, pagare dei prezzi in termini di consenso elettorale.Non ho nessuna paura, voglio essere chiaro anche in questo caso, di perdere voti se questo significa combattere e sconfiggere quei fenomeni di inquinamento che rischiano di avvelenare la nostra vita interna. Per i disonesti non c’è posto nel Partito Democratico. Verremmo meno alla nostra responsabilità, se pensassimo e se ci comportassimo diversamente.Il Partito Democratico è nato per rinnovare la politica, per restituirle dignità, credibilità, autorevolezza. Per liberarla da queste degenerazioni: non per ereditarle, non per farle sue. Il Partito Democratico fa parte della soluzione, non del problema.Questo abbiamo detto ai cittadini italiani. Ai nostri elettori che hanno affollato i seggi delle primarie il 14 ottobre dell’anno scorso e poi ci hanno consegnato, pur nella inevitabile sconfitta nella competizione sul governo, un partito del 33 per cento dei voti, il più grande partito riformista che l’Italia abbia mai conosciuto.Lo abbiamo detto ai nostri militanti, che hanno riempito il Circo Massimo il 25 ottobre: per la prima volta in così tanti, per la prima volta accomunati dalla stessa bandiera. Così abbiamo detto. E così loro hanno capito.Per questo, oggi, ci chiedono coerenza. Lo hanno fatto in Abruzzo. Lo fanno in tutto il Paese, e noi dovremo dare loro la chiara percezione che abbiamo scelto, in modo inequivocabile e impegnativo, la discontinuità e l’innovazione: sul piano politico, su quello programmatico, su quello della forma partito e della sua classe dirigente.Le crisi sono fasi di passaggio, dure e dolorose, dalle quali non si esce mai come si era entrati: nelle forme e nei modi di produzione e di sviluppo; nei rapporti di forza, sociali e politici; nei modelli culturali, nella gerarchia dei valori.Dalla grande crisi del 1929, si uscì, dopo la Seconda Guerra mondiale, con un grande compromesso tra capitalismo e democrazia: una crescita trainata dai consumi di una classe media in espansione, nella quale entrava il mondo del lavoro, anche operaio; una forte compressione delle disuguaglianze, grazie a politiche salariali generose e a forti azioni redistributive pubbliche; la rapida espansione dello Stato sociale.Trent’anni dopo, negli anni Settanta, la crisi petrolifera e la stagflazione hanno spinto l’Occidente a cambiare rotta: forti investimenti in innovazione tecnologica, che innalzano la produttività tagliando posti di lavoro e ridimensionando il potere contrattuale dei sindacati; la classe media si assottiglia, le disuguaglianze tornano ad allargarsi e l’ascensore sociale si blocca, anche per il ridimensionamento dello Stato sociale. Viene teorizzata l’autosufficienza del mercato e si afferma lo strapotere della finanza sull’economia reale, con gravi conseguenze anche per la democrazia, costretta a rinunciare a qualunque effettiva sovranità sui flussi di capitale.L’economia torna a crescere, ma a prezzo di gravi squilibri e forti disuguaglianze: negli Stati Uniti, innanzi tutto, ma anche in una parte dei paesi europei, tra i quali in primo luogo l’Italia, divenuta in questi anni, dopo gli Usa, il paese più diseguale dell’Occidente.Nel mercato globale entrano in campo nuovi protagonisti. Miliardi di esseri umani, prima esclusi dallo sviluppo, rivendicano peso e ruolo. Nel nuovo secolo, lo sviluppo si mostra tanto impetuoso, quanto insostenibile: sul piano globale, per il divario crescente tra l’indebitamento americano e il surplus asiatico; sul piano ambientale, per le pesanti conseguenze sul clima del trasferimento del modello occidentale ai paesi emergenti; sul piano interno, per l’impoverimento della classe media, in particolare negli Usa, spinta ad indebitarsi per la casa, la sanità, l’istruzione.Lo squilibrio è stato sostenuto, in questa prima fase del Duemila, la stagione della presidenza di George Bush, dalla “hybris” imperiale americana, dal suo imporsi come unica iperpotenza globale, dalla sua pretesa di dettare da sola, in modo unilaterale, con le armi o con il dollaro, le decisioni riguardanti l’ordine mondiale.Ma il pantano iracheno prima e la crisi finanziaria poi, hanno spezzato l’illusione neo-conservatrice e hanno aperto la via ad una fase nuova, ad un nuovo paradigma di pensiero, ad una nuova stagione politica.In questo contesto, la scelta del popolo americano di affidare le proprie sorti a Barack Obama è stata una straordinaria prova di saggezza e di lungimiranza. L’America ha respinto la tentazione della chiusura difensiva e ha deciso di scommettere sul cambiamento: su un nuovo multilateralismo nelle relazioni internazionali; e su un nuovo New Deal, sulla ricostruzione della classe media, su una nuova stagione di uguaglianza sociale.Obama, e con lui il Partito democratico, ha vinto perché ha puntato tutte le sue carte sul cambiamento, sulla voglia, sul bisogno di innovazione della società americana.Ora è atteso dalla dura prova dei fatti. Sarà la storia a dirci se il giovane presidente afroamericano, come tutto lascia sperare e presumere, sarà un nuovo Roosevelt, la guida sicura di una fase di cambiamento duraturo e solido. Per intanto, è toccato a lui aprire simbolicamente una fase nuova, una “terza fase” dello sviluppo umano contemporaneo.Il binomio rappresentato dalla crisi economica e dalla vittoria di Obama costituisce una formidabile occasione storica per i democratici e i progressisti di tutto il mondo e quindi anche per noi italiani.Nessuno di noi ha mai pensato che la vittoria democratica negli Stati Uniti fosse una nostra vittoria, ma abbiamo colto in quel risultato una straordinaria opportunità e anche una lezione, da apprendere e da meditare.Grazie alla crisi economica e al suo programma innovativo, Obama è riuscito a cambiare in profondità i rapporti di forza politici nella società americana, riportando i Democratici al primato sia alla Casa Bianca che al Campidoglio, dopo una lunga stagione di predominio repubblicano, solo attenuato con la presidenza Clinton.Se ciò è stato possibile, è perché la crisi economica ha riportato in primo piano il conflitto sociale, negli anni di egemonia repubblicana messo in secondo piano dall’uso ideologico delle questioni inerenti la razza, i valori tradizionali, la sicurezza interna ed esterna.E’ come se la crisi avesse dissolto la nebbia che per tre decenni aveva consentito e quasi imposto ai ceti popolari e alla middle class americana di votare contro i propri interessi e a favore di quelli della minoranza privilegiata, che vedeva ogni anno crescere i suoi redditi e i suoi patrimoni e decrescere la pressione fiscale alla quale era sottoposta.La lezione americana ci dice che cambiare i rapporti di forza nella società è possibile; che se è stato possibile nella società americana, non c’è alcuna ragione insuperabile perché non possa esserlo anche in quella italiana; che la condizione perché ciò avvenga è riportare in primo piano, nella competizione politica, la questione economica e sociale; e offrire ad essa uno sbocco realistico, attraverso una proposta di forte innovazione politica e programmatica.Questa è del resto per noi la “vocazione maggioritaria”. Non la presunzione boriosa dell’autosufficienza, né la ricerca della solitudine, ma la convinzione che i rapporti di forza elettorali, anche nella società italiana, non sono un destino ineluttabile, ma possono essere modificati, anche in profondità, se cambia l’offerta politica, attraverso l’innovazione della proposta che rivolgiamo al Paese.Non è vero, non è mai stato vero, che la società italiana è “di destra” e pertanto ai riformisti, ai democratici, non resta che compensare, con la manovra politica, con il gioco delle alleanze, la loro insuperabile minorità.Il Partito democratico è nato sulla base del presupposto contrario. Una profonda innovazione politica e programmatica può cambiare, anche significativamente, l’orientamento elettorale degli italiani.Noi vogliamo far diventare il PD, alle prossime elezioni politiche, il primo partito italiano. Vogliamo conquistare alla destra una parte dei suoi consensi, costruendo una grande alleanza nella società italiana, un'alleanza con il Paese.E’ un cammino lungo e faticoso, quello che ci attende. Un cammino che chiede a ciascuno di noi generosità, pazienza, tenacia. E anche una certa dose di disciplina interiore. Ma è l’unico all’altezza delle ragioni storiche che hanno portato alla fondazione del PD. E soprattutto, l’unico adeguato alle necessità dell'Italia.Lungo il cammino, costruiremo le necessarie alleanze politiche. Mai più alleanze lunghe, eterogenee, costruite “contro” l’avversario e poi incapaci di governare. Questa stagione l’abbiamo chiusa con coraggio noi, l’ha chiusa il PD per sempre e il Paese non ha nessuna intenzione di farsi riportare indietro.E neppure dobbiamo nutrire nostalgia della stagione dell’alleanza tra partiti “di sinistra” e partiti “di centro”. Non solo è un progetto incompatibile col Partito Democratico, che è un partito di centrosinistra. Soprattutto, è un progetto anacronistico, che considera immutabile uno schema novecentesco che tutt’al più può sopravvivere a se stesso, ma che certo non è in grado di esprimere alcuna potenzialità innovativa.Non c’è, da parte nostra, alcuna illusione di poter fare tutto da soli. Ma le alleanze nuove che costruiremo saranno alleanze per l’innovazione e il cambiamento, affidabili sul piano della tenuta alla prova di governo. E saranno possibili solo se il Partito Democratico saprà dimostrare capacità espansive, solo se noi non delegheremo a nessuno il compito, che è innanzi tutto nostro, di modificare i rapporti di forza politici nella società italiana, attraverso la messa in campo di una proposta innovativa e credibile.E' qui il punto di debolezza dell'Italia dei Valori, che alimenta costantemente una polemica nei nostri confronti ma non si cimenta, parlando di lavoro, di scuola o di immigrazione, con le sfide dell'innovazione riformista.Sento dire che dovremmo rompere con Di Pietro. Posso solo far presente che già per tre volte in questi mesi, abbiamo esplicitato nel modo più chiaro che in Italia ci sono modi diversi di intendere e di fare l’opposizione: subito dopo il voto di aprile, quando Di Pietro ha stracciato gli accordi presi prima delle elezioni sul gruppo unico, quando noi non abbiamo partecipato alla manifestazione di Piazza Navona e infine con una mia dichiarazione che è stata titolo di apertura dei giornali.Ciò non significa che a livello locale non si possano trovare, come accade e accadrà con l’Udc e la sinistra radicale, delle convergenze su programmi e buona amministrazione.E comunque vorrei ricordare, per la memoria, che con lo stesso Di Pietro che oggi fa un’opposizione diversa dalla nostra, abbiamo condiviso un’esperienza di governo, e con non poche contraddizioni.E’ giusto fare, forse, un ragionamento di fase. Silvio Berlusconi è da quindici anni al potere. Otto come capo di governo, sette come capo dell’opposizione. E’ l’uomo politico più “longevo” dell’ultimo trentennio di storia italiana. E’ evidente che il Paese si trova nelle condizioni in cui è, sua è una parte molto grande di responsabilità. Ed è altrettanto evidente che se l’Italia sta così è anche perché le è mancata una vera e coerente stagione riformista. Il nostro Paese non ha conosciuto stagioni paragonabili a quella che la Gran Bretagna ha avuto con Tony Blair o per il verso opposto da Margaret Thatcher, non ha mai goduto dei benefici di quei cicli lunghi di governo che producono ventate creative e innovatrici, che dinamizzano e modernizzano una comunità nazionale.Due volte si sono aperte possibilità di questo tipo: con il primo centrosinistra e con il primo governo Prodi, ma entrambe queste esperienze si sono interrotte bruscamente. Berlusconi ha dimostrato e continua a dimostrare di non essere all’altezza di questa sfida. Noi dobbiamo esserlo. Tutte le nostre energie, intellettuali, morali, politiche, organizzative, devono essere messe al servizio di questo compito storico, allo stesso tempo arduo e affascinante. Con la crisi dell’egemonia del pensiero neo-conservatore, può tornare il primato della politica sulla forza, e dopo la crisi dell’unilateralismo, torna ad affermarsi, come unica via possibile, quella del multilateralismo efficace, del dialogo tra i popoli, per la pace e per uno sviluppo equilibrato e sostenibile.Si afferma, a partire dai pericoli per l’ambiente, la necessità di una visione qualitativa dello sviluppo, che faccia della ricerca di nuove tecnologie e di nuove fonti energetiche il settore trainante di una nuova rivoluzione industriale.Oltre la contrapposizione tra religione e ragione, si afferma l’idea di una società post-secolare, nella quale il riconoscimento della dimensione pubblica della fede religiosa, del suo apporto alla tenuta dei legamenti sociali e alla vitalità della democrazia, si salda con l’autonomia della politica e la laicità delle istituzioni.Emerge, da questi segni dei tempi, tutta l'attualità del progetto del PD, che è nato sulla base di un’intuizione culturale, prima ancora che politica. Avevamo maturato la consapevolezza che il mondo nuovo che stava nascendo metteva fuori gioco le vecchie culture, le tradizioni politiche del Novecento, con le loro pretese di autosufficienza. E ci provocava a cercare, insieme, un pensiero nuovo, nuove categorie per leggere la storia e nuovi alfabeti per interloquire con essa. Per questo ci siamo incontrati, donne e uomini che si erano formati nella sinistra democratica come nel movimento cattolico, nell’area laica e liberaldemocratica o a confronto con le nuove culture e i nuovi movimenti della fine del secolo scorso. Quel che ci accomuna è una visione umanistica della storia e della politica, sulla quale fondiamo il nostro impegno per una società aperta, libera, eguale.Noi, il PD, non siamo una federazione di vecchi partiti e neppure di vecchie culture. Siamo un partito nuovo, impegnato nella definizione e nella realizzazione di una comune, innovativa identità politica e culturale: l’identità democratica, l’identità di un partito riformista, di centrosinistra.Ci sentiamo parte di una vicenda storica dell’umanità che va sotto il nome di “Occidente democratico”. Siamo “europeisti” e siamo “atlantici”. Non in maniera chiusa, esclusiva, difensiva, ma in maniera aperta. Pensiamo cioè che quanto noi abbiamo scoperto nella terribile e travagliata storia dell’Occidente lo stia scoprendo tutta l’umanità e che gli altri popoli stiano percorrendo un cammino originale verso la stessa nostra meta: la meta della democrazia, l’unico sistema rispettoso della dignità di ogni essere umano.C'è qui, per noi progressisti di tutto il mondo, la sfida di una missione al tempo stesso antica e nuovissima: attraverso un nuovo internazionalismo democratico, costruire le sedi e le regole di un nuovo governo globale. Quel governo mondiale del quale parlò con grande spirito anticipatore Enrico Berlinguer.C’è la sfida di fare di una nuova stagione di lotta alla disuguaglianza la leva fondamentale per l’apertura di una nuova fase di sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile.Il PD è un partito europeista, che lavora al potenziamento delle istituzioni comunitarie, sulla base di un’ispirazione federalista, anche attraverso la costruzione di un vero sistema politico europeo, che abbia nella competizione tra centrodestra e centrosinistra una sua dimensione centrale e imprescindibile.Oggi non è così. La Commissione europea è il risultato più degli equilibri tra i governi nazionali, che di quelli emersi in seno al Parlamento dal voto dei popoli. E lo stesso Parlamento europeo vive più di consociazione tra i grandi partiti, a loro volta prevalentemente cartelli di partiti nazionali, che di competizione tra grandi schieramenti politici.La nostra collocazione e il nostro ruolo in Europa sono definiti da due punti fermi. Il primo è l'autonomia dell’identità “democratica” del PD, irriducibile alle attuali famiglie politiche europee. Un’identità che deve essere messa al servizio della costruzione di un grande campo di centrosinistra in Europa. La seconda è il progetto di trasformazione del quadro politico europeo, per il quale intendiamo batterci e attorno al quale intendiamo costruire una rete di alleanze in Europa, a cominciare dalla famiglia socialista. Così vogliamo essere: con la nostra identità, ma non isolati.La nostra vocazione maggioritaria, la nostra ambizione di modificare in profondità i rapporti di forza nel Paese, attraverso la costruzione di una nuova alleanza sociale, fondata sull’innovazione politica e programmatica, ha come primo banco di prova la risposta da dare alla crisi globale che sta sconvolgendo anche il nostro Paese.Con il Lingotto e con programma elettorale, e poi con il lavoro del governo ombra, abbiamo configurato proposte e valori di riferimento. Lo dico perché uno dei nostri vizi è quello di pensare di dover sempre ricominciare da capo con i programmi e l’identità. Invece abbiamo una solida base. Nello stesso spirito di innovazione, sapendo che questi temi e l’innovazione del partito saranno ancora al centro della Conferenza programmatica di marzo, voglio oggi avanzare una serie di altre concrete proposte.1 – Primo: una politica di bilancio espansiva, subito, adesso. La crisi va affrontata dando una risposta efficace a chi perde il lavoro, alle famiglie che non arrivano alla fine del mese e alle imprese che soffrono. Ed è questo l’unico modo per farlo. Tutti i governi stanno facendo così. Tutti meno uno: il governo Berlusconi, in Italia. Che si ostina a ripetere che non c’è bisogno di modificare il decreto di luglio. Il Pil cade, la produzione industriale crolla, aumenta la disoccupazione, gli italiani stringono la cinghia e riducono i consumi, ma tutto quel che c’era da decidere è già stato deciso a luglio e ora bisogna lasciare perfettamente inalterati i saldi di finanza pubblica.Non si può fare diversamente, dicono gli stessi neofiti del rigore che tra il 2001 e il 2006 hanno aumentato di due punti e mezzo di Pil la spesa corrente primaria e che ora hanno appena buttato 3 miliardi e mezzo di euro nell’azzeramento dell’Ici anche per i contribuenti più agiati e altri 3 miliardi nel pasticcio Alitalia.E invece si può e si deve cambiare, bisogna avere il coraggio di innovare. I problemi dell’Italia sono profondi, non nascono con la crisi. L’Italia non deve solo resistere alla recessione, deve tornare a crescere.Nessuno meglio di noi sa che la stabilità dei conti pubblici è un valore. Siamo stati noi a risanarli e a portare l’Italia da subito in Europa, quando altri pensavano solo ad alimentare uno sterile euroscetticismo. E’ stato il primo governo Prodi, è stato un ministro del Tesoro come Carlo Azeglio Ciampi.Ma se è in corso una recessione, l’unico modo per tenere in ordine i conti pubblici in prospettiva è quello di sostenere la crescita, e dunque di aumentare ora la spesa pubblica, avviando contemporaneamente, subito, quegli interventi di riqualificazione della spesa che porteranno domani ad una sua riduzione. Sostenere ora il Pil richiede anche la ripresa delle liberalizzazioni e di azioni coerenti di politica industriale; tenere i conti in ordine impone di tornare a contrastare l’evasione. Solo così potremo davvero non compromettere la stabilità di lungo periodo della finanza pubblica.Ecco la nostra proposta: per il 2009 si sostengano le famiglie, i lavoratori e le imprese con misure pari a un punto di Pil, pari a 16 miliardi di euro.Proponiamo di ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni, a partire dai livelli medio-bassi: 7-800 euro l’anno in più per chi ha fino a poco più di mille euro al mese. Una misura non una-tantum, ma permanente, in grado di dare un sollievo duraturo e di contribuire a rilanciare i consumi. Questo serve, anche alle nostre imprese. Alle quali lo Stato deve garantire un sostegno per accedere a tutto il credito di cui hanno bisogno e l’immediato pagamento per i beni e servizi che devono arrivare dalla Pubblica Amministrazione. Tempi certi: quando si ha a che fare con lo Stato, per le imprese, come per i cittadini, questo deve essere un diritto, non solo un dovere.Proponiamo poi una riduzione del prelievo Irpef sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello, in modo da favorire la crescita della produttività e la sua equa redistribuzione. E proponiamo una riduzione del prelievo Irpef sulle lavoratrici, dipendenti e autonome, con figli. A parità di reddito, di prestazione di lavoro, di settore di attività, il lavoro di una donna con figli deve essere fiscalmente agevolato, e costare meno all'impresa, rispetto a quello di un lavoratore maschio. Le ragioni sono evidenti: se in famiglia lavora anche la donna, ci sono spese per servizi di cura che altrimenti non ci sarebbero. E se incentiviamo l’occupazione femminile, tutto il sistema ne trae giovamento, perché la più grande risorsa per lo sviluppo e la mobilità sociale è quella, oggi sottoutilizzata, rappresentata delle donne.C’è un’evidente, fortissima connessione tra queste proposte in tema di trattamento fiscale del reddito delle lavoratrici e quella che abbiamo chiamato la “dote fiscale dei figli”: un robusto aiuto alle famiglie che traduce in italiano, senza disincentivare il lavoro femminile, la soluzione francese del “quoziente familiare”.Questo deciso riorientamento “al femminile” del sistema fiscale e di welfare può essere finanziato, almeno in parte, attraverso il graduale e flessibile superamento dell’attuale differenza dell’età di accesso alla pensione tra uomini e donne: una questione difficilmente eludibile, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia, che l’ha definita come una discriminazione contro le donne.La nostra proposta – al contrario di quella del Governo, che si limita a prendere atto della sentenza per fare cassa – intende utilizzare tutte le risorse liberate, per rafforzare il sostegno pubblico alle donne stesse, favorendo ogni pratica di conciliazione e concentrando le risorse nella fase della loro vita nella quale ne hanno più bisogno, quella del triplo impegno: della maternità, del lavoro di cura e del lavoro di mercato.E se c’è da affrontare un grande forzo per sostenere lo sviluppo e il tenore di vita della classe media e del mondo del lavoro, è giusto, ad esempio, chiedere un contributo straordinario di solidarietà a chi, manager e non solo, ha redditi superiori ad un milione di euro.E’ venuto il tempo di cominciare a redistribuire davvero, da chi ha troppo verso chi ha poco.2 – Seconda grande innovazione: un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali.E’ una innovazione che risponde concretamente al dramma di milioni di milioni di persone, donne e giovani su tutti, e che dà il segno di quanto sia profonda la rottura col passato rappresentata dal riformismo del Partito Democratico. Per i lavoratori che sono tutelati dalla Cassa integrazione, questo è un periodo difficilissimo, pieno di preoccupazioni sul futuro loro e dell’azienda. Per tutti gli altri, è anche peggio. Per loro, la perdita del lavoro è subito perdita di tutto il reddito.Innovazione, per noi, significa allora superare quell’inaccettabile dualismo nel mercato del lavoro per il quale ci sono lavoratori che hanno tutele e garanzie e altri che ne hanno di meno o non ne hanno affatto.E’ come se all’Italia mancasse un intero pilastro dello Stato sociale. Se in America manca la sanità pubblica, a noi manca la tutela del reddito in caso di perdita del lavoro. Invece della flexicurity europea, nel nostro Paese, per quasi metà dei lavoratori c’è il massimo di flessibilità, senza alcuna sicurezza.Innovazione, per noi, significa un sistema capace di sostenere tutti i lavoratori, al di là del contratto, del settore e delle dimensioni dell’impresa nella quale operano, nel momento in cui ne hanno bisogno. Uniche condizioni: l’impegno per la riqualificazione professionale e la disponibilità ad accettare un nuovo lavoro.Proponiamo un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli attuali istituti, che sia della durata massima di due anni, che sia finanziato in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche di formazione, di riqualificazione e reimpiego. Accanto a questo, proponiamo l’introduzione di un reddito minimo garantito, che contrasti la povertà anche tra chi lavora solo per brevi periodi di tempo o tra chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto di welfare universale che esiste in quasi tutti i paesi europei e che costituisce il completamento degli istituti di tutela del reddito.Non si tratta, ovviamente, di togliere qualcosa a chi le tutele le ha. Si tratta di dare a chi non ha. Si tratta di costruire un percorso di inserimento nel mondo del lavoro che sia associato a un sistema di tutele e garanzie.Noi pensiamo a milioni di giovani, pensiamo alla loro vita, alle loro aspettative, alla loro frustrazione e alle loro speranze. Ieri c’era la mortificazione dei braccianti col cappello in mano, c’era l’alienazione della catena di montaggio. La precarietà senza futuro è il volto assunto oggi dallo sfruttamento. Il nostro riformismo non può chiudere gli occhi di fronte all’eterno susseguirsi di lavori precari che non conducono a nulla, di fronte all’inaccettabile prodursi di “vite di scarto”, condizione comune di milioni di persone. E’ questo il contesto nel quale si può cominciare a pensare e a discutere apertamente, e certo è chiara a tutti voi la radicalità di questa possibile innovazione, della sperimentazione di un contratto unico, a tempo indeterminato, con tutela crescente nel tempo e con un ben organizzato sistema di premi e penalizzazioni per l’azienda, volto a favorire il consolidamento e la stabilità dei rapporti di lavoro.Innovazione: di questo ha bisogno, come se fosse aria, il nostro Paese. Innovazione per costruire maggiore giustizia sociale.3 – Terza innovazione radicale: fare dell’ambiente, della lotta ai mutamenti climatici, delle politiche energetiche, una delle chiavi per uscire dalla crisi. Forse la prima delle chiavi. Lo ha capito Barack Obama, che ha annunciato, per rilanciare l’economia americana, un piano di 150 miliardi di dollari in risparmio energetico e fonti rinnovabili, per creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro.Una “rivoluzione verde”, una “terza fase” della rivoluzione industriale, che nasca da una nuova etica della responsabilità e che poggi, per quanto riguarda l’Italia, sulle straordinarie carte che il nostro Paese potrebbe giocare. La “rottamazione” del petrolio, la fine della dipendenza dai combustibili fossili, gli investimenti sulle fonti rinnovabili: questa è la strada.Il governo Berlusconi dimostra di non saperla e volerla prendere. Non comprende, proprio non comprende, che spendere, in campo ambientale, significa investire sul futuro. Ha distrutto, con un insieme di correttivi devastanti per i cittadini e per le imprese, gli incentivi al risparmio energetico per le abitazioni introdotti dal governo Prodi. Si è nascosto dietro alla comprensibile preoccupazione dei settori produttivi più esposti ai venti della crisi per cercare inutilmente di mascherare il suo ennesimo “euroscetticismo”: questa volta sugli obiettivi del 20-20-20 per le fonti rinnovabili, il taglio di emissioni di CO2 e l’efficienza energetica.Noi proponiamo che l’Italia imbocchi con decisione la strada dell’innovazione, della ricerca, della diffusione delle fonti rinnovabili. Si devono moltiplicare, e non eliminare, gli incentivi per le famiglie e per molti settori della nostra impresa che vogliono entrare o già si muovono in questo campo. Un campo vasto e fertile, che ha confini larghi. Penso ad esempio agli elettrodomestici, all’illuminotecnica, alla modernizzazione delle tecnologie per l’edilizia. Penso al settore dell’auto, e nel complesso a quanto si può fare per un eco-ricambio del parco circolante a livello di mezzi sia privati che pubblici.4 – Quarta sfida di innovazione: una radicale e condivisa riforma della scuola, dell’università e della ricerca.E’ bene che dal governo ci sia stato un netto passo indietro da parte del governo, anche grazie al nostro ruolo e alle migliori ragioni avanzate da un movimento civile che ha coinvolto genitori, ragazzi e insegnanti. I tagli però restano, mentre gli altri paesi europei proprio qui fanno grandi investimenti. E con i tagli restano la nostra preoccupazione e le nostre critiche. Insieme ad una consapevolezza che non ci ha mai abbandonato: scuola, università e ricerca non vanno bene così come sono, ma hanno appunto bisogno di innovazione.Nella scuola e nell’università è il cambiamento, e non la conservazione, la frontiera dei riformisti.Selezione e valutazione, questi sono i principi che ispirano le nostre proposte.Senza selezione e valutazione, senza merito, i migliori finiscono per risultare sempre gli stessi: quelli con famiglie facoltose alle spalle, quelli con i contatti giusti, e magari quelli disposti a qualche compromesso di troppo con la propria coscienza.C’è un muro di conservazione che va rotto, abbattuto. Proponiamo che l’Italia si doti di un sistema di valutazione, nazionale e standardizzato, dei livelli di apprendimento degli studenti di elementari, medie e superiori. Solo con un grande esame su scala nazionale, gestito da valutatori esterni alle scuole e corretto in modo centralizzato, si potrà poi perseguire efficacemente il duplice obiettivo di premiare i capaci e i meritevoli e di individuare gli studenti, gli insegnanti, le scuole in difficoltà, con lo scopo di aiutarli. Solo così si potrà valutare il contributo netto di ogni scuola e di ogni docente sui risultati degli studenti, tenendo conto della qualità in entrata e delle condizioni socio-economiche delle famiglie. E sulla base di obiettivi chiari e di una reale autonomia, sarà finalmente possibile indirizzare le risorse verso le realtà che lo meritano.L’autonomia è la condizione per dare fiducia ai giovani. E’ forse venuto il momento di discutere se non si debba investire con più coraggio sulla consapevolezza dei ragazzi di sedici anni, che devono poter partecipare con le loro scelte alla definizione del loro piano di studi. Noi dobbiamo, dentro gli ambiti formativi definiti, permettere che i giovani seguano le loro passioni e i loro interessi, responsabilizzandoli costantemente. Dobbiamo investire su di loro, avere cura e attenzione per il grande tema della condizione sociale e psicologica dei ragazzi italiani. E a questo proposito, è giunto il momento di riconoscere ai ragazzi di sedici anni il diritto di voto alle amministrative. Responsabilizzazione, questa è la chiave, perché oggi si smette di essere bambini e si diventa giovani molto prima di un tempo.Autonomia e valutazione, anche per l’università: proponiamo una valutazione periodica di università e dipartimenti, attraverso gruppi di esperti, anche internazionali, che giudichino la qualità della ricerca e delle pubblicazioni. Sulla base di queste valutazioni sarà assegnata ai migliori una parte cospicua delle risorse.Il ministro Gelmini, facendo anche qui un passo indietro, ha annunciato l’obiettivo di portare al 30%, nel medio periodo, la quota di finanziamento delle università pubbliche basata sulla valutazione della ricerca. Bene. Lo si faccia davvero e con rapidità, con criteri davvero rigorosi e in modo indipendente. Di più: lo si faccia privilegiando il migliore 25% dei dipartimenti di ogni settore disciplinare. E’ un circolo virtuoso, che si deve innescare. Premiare le migliori università porta le università a puntare sui migliori. E così, al di là delle regole che verranno scelte per i concorsi universitari, si potrà sperare di ridurre al minimo i problemi di localismo, clientelismo o nepotismo.5 – Quinta grande innovazione: mettere finalmente sui giusti binari le politiche per il Mezzogiorno.Le politiche del governo Berlusconi stanno letteralmente saccheggiando le risorse dedicate al Sud e puntano a riproporre, al posto della buona pratica degli incentivi automatici, l’intermediazione della politica locale e nazionale. Le cifre sono impressionanti: nel 2009, a fronte di 6 miliardi originariamente appostati nel Fondo per le Aree Sottoutilizzate, le effettive disponibilità sono state dimezzate per finanziare spese di parte corrente, che trovano i loro destinatari prevalentemente al centro-nord. E ancora prima era stato cancellato il credito d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno.Ci vogliono risorse aggiuntive e ci vuole una coraggiosa battaglia per la legalità. Non si può lasciar solo quel vasto movimento di imprenditori, artigiani, commercianti del Sud che si battono contro il pizzo e le estorsioni delle mafie e hanno bisogno di buona politica come dell’aria da respirare. Della politica che dà certezze e non dispensa favori.Due, per noi, sono le strade da seguire per battere l’ideologia della dipendenza e promuovere la cultura della legalità e l’etica della responsabilità, senza le quali il Mezzogiorno non potrà mai diventare quella risorsa per il Paese e innanzi tutto per se stesso che oggi non riesce ad essere. Proponiamo di concentrare i fondi destinati al Mezzogiorno su pochi grandi obiettivi di carattere infrastrutturale e sovraregionale, a cominciare dalla mobilità e dalle grandi reti idriche. Proponiamo di prevedere una sorta di “vincolo esterno” nazionale, che promuova l’utilizzo ottimale delle risorse pubbliche ordinarie, per una progressiva qualificazione dei servizi pubblici e una progressiva riduzione delle spese di autorganizzazione della pubblica amministrazione.E’ esattamente per questi motivi che il Mezzogiorno non deve temere l’ondata di responsabilità derivante da un federalismo ben pensato: fondato sui criteri di vera autonomia impositiva, solidarietà collettiva e non bilaterale, riferimento ai costi standard e non ai costi storici. Ed è proprio in nome dell’interesse del Mezzogiorno e non solo delle legittime aspirazioni delle aree forti del Nord, che abbiamo deciso di presentare in Senato un nostro organico disegno di legge sull’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione e di aprire, a partire da esso, un confronto serrato con la maggioranza.Del capitolo riforme discuteremo approfonditamente nella Conferenza programmatica di marzo e prima ancora nel convegno su Piero Calamandrei che terremo a febbraio. Cominciamo qui da almeno due tracce di riforma. Primo: la riduzione dei costi della politica. La politica deve costare di meno. Costano troppo le campagne elettorali, costano troppo gli apparati istituzionali, costa troppo il personale politico. Costa troppo il sistema delle imprese pubbliche, a cavallo tra politica ed economia, sia a livello nazionale, sia soprattutto a livello regionale e locale. Su questo siamo pronti a un confronto trasparente e di merito col Governo, al quale chiediamo, se ne è capace, di uscire dall'attuale, colpevole inerzia. Noi siamo favorevoli a interventi incisivi: da una significativa riduzione del numero dei parlamentari, alla trasformazione del Senato in sede del confronto sulle decisioni legislative che attengono all’equilibrio tra istituzioni centrali e autonomie regionali. Fino all’abolizione dei consigli d’amministrazione nelle società pubbliche che gestiscono i servizi locali e alla loro sostituzione con amministratori unici e collegi di revisori.Secondo: il nodo delle leggi elettorali, che non si può considerare risolto solo in virtù delle scelte adottate dal Partito democratico nelle elezioni di aprile. Con le leggi attuali, il ritorno a un sistema frammentato è sempre dietro l’angolo. Ed è evidente che il livello di sfiducia dei cittadini verso la politica è destinato a crescere se si insiste sulla strada dei listoni bloccati.Dal nostro punto di vista, le preferenze non sono la soluzione ideale, anche se è preferibile che siano mantenute laddove, come per le elezioni europee, altre soluzioni sono di fatto precluse. In tema di europee, continuo a pensare che si debba trovare un equilibrio nel senso della difesa delle preferenze e dell’introduzione di una soglia di sbarramento per evitare la frammentazione. La strada maestra, almeno per quanto riguarda l’elezione del Parlamento, è comunque il ritorno al collegio uninominale, nel quadro di un sistema che, come avviene nell’esperienza francese, spinga ad aggregazioni tra forze omogenee e consenta agli elettori di scegliere da chi vogliono essere governati.Non abbiamo preclusioni di principio, qualora si dovesse realmente avviare una discussione nel merito, alla luce del sole, per migliorare la legge vigente, a prendere in esame soluzioni subordinate. Dovrebbe tuttavia trattarsi di subordinate che abbiano virtù simili alla principale, che cioè consentano ai cittadini al tempo stesso di scegliere i candidati al Parlamento e di decidere la maggioranza di governo.Continuiamo a ritenere che la legge elettorale attualmente in vigore per il Parlamento sia una mostruosità da superare ed anche in questo caso dobbiamo sfidare la destra sul terreno dell’innovazione.Il Paese deve poter uscire da una eterna e logorante campagna elettorale. Può servire anche un’altra radicale innovazione: una sola tornata elettorale amministrativa, comuni, province e regioni insieme. Magari a metà legislatura, una sorta di elezioni di mid-term.Per quanto riguarda la riforma della giustizia, quello che sta accadendo con le inchieste della magistratura sulla politica, lo ripeto, non fa cambiare la nostra posizione, né in un senso né nell’altro. Il ministro ombra Tenaglia ha presentato al governo un pacchetto di proposte elaborato nel corso di una riuscita conferenza nazionale del PD.Sono proposte ispirate ad una maggiore efficienza della macchina processuale, soprattutto nei confronti dei cittadini e delle imprese. Proposte concrete e innovative. Penso solo al problema della lentezza della giustizia. Abbiamo detto: valutazione sistematica, benchmark, responsabilità. Quanto guadagnerebbe, in civiltà e in crescita economica, il nostro sistema economico e sociale, se tutti ti tribunali d’Italia funzionassero coi tempi del Tribunale di Torino? Se si è riusciti a Torino, perché non si può riuscire altrove?Proposte concrete e innovative. Come quando in campagna elettorale presentammo una proposta sulle intercettazioni telefoniche che prevedeva che i magistrati possano avvalersi delle intercettazioni per tutti i reati ma che nulla di questo possa finire sui giornali, violando fondamentali diritti. E questa proposta, lo voglio ricordare, fu allora sottoscritta anche dall’Italia dei Valori. Insieme al merito delle questioni, abbiamo indicato una metodologia innovativa: le riforme della giustizia non si fanno contro i magistrati, come vorrebbe il governo, o contro gli avvocati. Si fanno ascoltando, si fanno con un confronto di merito, basato non su dei pregiudiziali sì o no, ma su soluzioni concrete. Se si riuniscono le parti sociali per discutere delle pensioni, non si vede perché non debbano essere coinvolti i protagonisti di un settore fondamentale come la giustizia quando è della sua riforma che si deve decidere. Un tavolo che duri sessanta giorni, al termine del quale il governo decida, ma dopo aver lavorato insieme al mondo della giustizia e se lo riterrà anche con l’opposizione. E’ la nostra proposta, che si muove nel solco tracciato dal Presidente Napolitano che noi vogliamo seguire: distinzione tra governo e opposizione nel confronto politico, e ricerca della possibile convergenza sui grandi temi di interesse nazionale. L’innovazione politica e programmatica è una condizione necessaria per modificare in profondità i rapporti politici nella società italiana e corrispondere alla nostra vocazione maggioritaria. Ma non è condizione di per sé sufficiente.Le idee migliori appariranno scritte sull’acqua, se non potranno disporre di un soggetto politico collettivo in grado di dar loro gambe per camminare nella società, nella politica, nelle istituzioni.Anzi, quanto più ambiziosa è la portata innovativa del nostro programma, tanto più diventa cruciale la capacità del partito di rappresentare, suscitare, organizzare attorno ad essa un consenso largo nella società, attraverso la forza della sua organizzazione, la credibilità dei suoi gruppi dirigenti, lo spessore democratico della sua vita interna.Un partito affidabile è un’organizzazione abitata e guidata da persone credibili, che ispirano fiducia: per la loro trasparenza e onestà, per la sobrietà del loro stile di vita, per la loro competenza, per il loro impegno appassionato.La credibilità morale di un partito è un bene inestimabile, che è facilissimo perdere e faticosissimo riconquistare. Dar vita ad un partito nuovo non è facile, non è mai stato facile, tanto meno quando si tratta di unire forze diverse. Ma oggi siamo ad un passaggio critico, che può essere decisivo per il Partito Democratico.L’urgenza immediata, in questo momento, è quella di recuperare fiducia, la fiducia dei nostri elettori nei riguardi del Partito Democratico. Cominciamo con l’applicare con ferma intransigenza il nostro Codice etico, che prevede un robusto elenco di incompatibilità, di conflitti d’interesse, di garanzie, che possono anche essere rafforzate, prevedendo ad esempio la non candidabilità di persone che, a giudizio di una magistratura interna, abbiano compiuto atti che pur non essendo penalmente rilevanti, recano pregiudizio alla credibilità morale del partito.Un’altra buona regola è quella del ricambio dei gruppi dirigenti, che deve essere frequente e continuo. Oggi è una vera e propria urgenza. Se vogliamo consolidare il PD, dobbiamo lavorare in modo impegnato, corale e convinto, per creare le condizioni per un forte avvicendamento con una nuova generazione di dirigenti.Il successo delle nostre iniziative di formazione politica, a cominciare dalla scuola estiva di Cortona, che ha visto la partecipazione impegnata ed entusiasta di mille ragazze e ragazzi, sta generando non solo un sistema di formazione diffuso, quale non si ricordava da decenni nella politica italiana, ma un vero e proprio movimento di rinnovamento culturale e anche generazionale del partito, fondato non più sull’incontro tra ex, ma sul comune riconoscersi come “democratici”. Ho chiesto a Giorgio Tonini e ad Annamaria Parente di organizzare una scuola di formazione nel Mezzogiorno, per una nuova leva di amministratori, per i giovani, che abbia al centro i temi della legalità. E ho chiesto a Roberto Saviano, che ha accettato, di prendere parte a questo nostro progetto. Sono segni di speranza, che dobbiamo incoraggiare. E dai quali dobbiamo attingere energie. Il malcostume e la degenerazione politica sono stati alimentati in questi anni più per la debolezza dei partiti che per la loro forza. Un Partito democratico forte, perché radicato, aperto, unito è la via maestra per far prevalere la buona politica.Un partito forte è un organismo vivo, profondamente radicato nel territorio, capace di rappresentarne gli interessi e di viverne i valori. Un partito che sta dove vive la gente: negli ambienti di vita, di studio, di lavoro, come nel mondo virtuale della rete, oggi diventato abitazione principale delle giovani generazioni.E’ questo l’obiettivo che non siamo ancora riusciti a raggiungere. Lo sento come un limite del mio e del nostro lavoro, da superare insieme. Alle insufficienze dei partiti preesistenti non siamo ancora riusciti a sostituire un modello compiuto e convincente. Deve essere considerata una priorità del nostro impegno comune.Un partito di circoli, fatti di persone in carne e ossa, che si incontrano per aiutarsi a capire la realtà in cui sono immersi, da quella globale a quella locale, e per lavorare insieme a cambiarla, a migliorarla, a riformarla.I circoli devono diventare il lievito democratico e civile dei territori: un fermento che fa crescere intorno a sé una moderna cultura della cittadinanza, della responsabilità e della partecipazione civile, dell’impegno per i diritti e per l’uguaglianza sociale. E i segretari di circolo hanno una funzione essenziale, che va riconosciuta e promossa: sono gli animatori della democrazia di base, una risorsa straordinaria di presenza, di promozione del partito, di coltivazione civile della società.Dobbiamo dedicare più impegno, più risorse, più attenzione alla promozione dei circoli, se vogliamo che il Partito Democratico cresca, si rafforzi, si radichi nel Paese.Voglio dirlo con forza: è il territorio la frontiera sulla quale si costruirà il nuovo PD. Penso che dal territorio, dai segretari regionali e dai sindaci, possa venire un utile apporto permanente alle decisioni che il gruppo dirigente nazionale dovrà prendere. Si tratta di aprire una fase nuova e darsi strumenti di direzione all’altezza dei problemi che dobbiamo affrontare.Un partito affidabile è un’organizzazione forte e unita, in grado di prendere decisioni impegnative per tutti coloro che ne fanno parte, a cominciare dai dirigenti; di darsi una linea chiara e di portarla avanti con unità d’intenti, spirito di squadra, solidarietà, quando necessario anche rinunciando a quelle quotidiane differenziazioni che piacciono ai giornali e dispiacciono alla nostra gente.E’ impressionante vedere, dai sondaggi, come ci fosse stato, a partire dalle feste, alle quali hanno partecipato sette milioni di persone, per continuare con la Summer School e la straordinaria manifestazione del 25 ottobre, con le elezioni Trentino e in Alto Adige, un forte recupero di consensi del PD, tornato ai livelli del risultato elettorale. Dal caso Villari in poi, prima le divisioni interne e poi le vicende di questi giorni hanno fatto ridiscendere quella curva che stava salendo.L’opinione pubblica moderna vuole partiti uniti e forti, talvolta è perfino disinteressata dalla qualità della loro vita democratica. Noi dobbiamo saper affermare, tra il cesarismo e l’anarchia, il modello di un partito democratico, con una leadership decisa dagli elettori, capace di vivere con un reale pluralismo interno, che a noi certo non manca, e con una solidarietà umana e politica che è un dovere per tutti noi. A cominciare da me. C’è un disagio diffuso, tra i nostri iscritti, i nostri militanti, riguardo alla nostra unità interna. La sgradevole sensazione che provano è che stiamo rischiando seriamente di diventare come l’Unione: la difficile convivenza di punti di vista diversi, che finiscono per paralizzarsi a vicenda. Quel segare l’albero sul quale tutti si è seduti, che è stato il terribile male del centrosinistra in tutti questi anni.La responsabilità di promuovere l’unità interna spetta, certamente, innanzi tutto a chi esercita la leadership. Ma deve vedere la collaborazione, altrettanto responsabile, da parte di ciascuno di noi.L’unità interna non può e non deve essere compressione della discussione o mortificazione delle diversità. Ma c’è un tempo per la discussione e uno per la decisione. La discussione deve essere libera, chiara, aperta. La decisione deve essere democratica e poi impegnativa per tutti. Solo così può funzionare un partito democratico.Vale per i partiti lo stesso principio che vale per le istituzioni. Se si dimostrano incapaci di decisione nella democrazia, vinceranno modelli di decisione senza la democrazia.Per essere all’altezza della sfida sulla democrazia che è drammaticamente aperta nel nostro Paese, noi abbiamo deciso di costruire un partito nuovo, quale quello delineato in modo netto e coraggioso dal nostro Statuto, che abbiamo appena scritto e che ora dobbiamo attuare e applicare con fermezza e decisione.Un partito che riconosce e attribuisce alle persone, nella loro responsabilità individuale, una vera cittadinanza democratica, la possibilità di esercitare un potere, di partecipare alla decisione. Un partito che riconosce ai suoi elettori un ruolo importante nelle decisioni da prendere, in modo da ridurre al minimo il rischio della chiusura autoreferenziale.E ai suoi iscritti il ruolo di ossatura portante di una presenza stabile nella società, una presenza che si possa incontrare quotidianamente sul territorio e negli ambienti di vita e di lavoro, una presenza che sappia farsi, a confronto con la società, proposta aperta, da avanzare alla platea più vasta dei nostri elettori.Insieme, dobbiamo costruire un’organizzazione aperta, abitabile, nella quale si possa incontrarsi, discutere, confrontarsi, partecipare alle decisioni. Una organizzazione nella quale gli incarichi di responsabilità siano attribuiti in modo competitivo e restino sempre contendibili.Il PD è oggi l’unico, vero, grande laboratorio sperimentale di democrazia di partito esistente in Italia. Quando si sperimenta si va incontro a limiti ed errori e si scoprono nuovi problemi. Ma è solo così che si impara, si migliora, si progredisce.In queste settimane, stiamo sperimentando la più vasta e capillare tornata di elezioni primarie per la selezione di candidati sindaci e presidenti di provincia che si sia mai vista nella storia d’Italia. Molte si sono rivelate quello che speravamo: una straordinaria pagina di vita democratica. Altre hanno messo in luce difficoltà e nodi critici, che andranno sciolti per il futuro da una riflessione comune.Bisognerà riflettere meglio, ad esempio, sul rapporto tra primarie di partito e primarie di coalizione. Sull’opportunità, probabilmente discutibile, di primarie per le candidature in liste con le preferenze. Così come sulle primarie per le cariche di partito. Le primarie sono uno strumento prezioso, una scommessa irrinunciabile. Non devono diventare un’ideologia. Soprattutto, non devono diventare l’occupazione principale, se non esclusiva, del partito. Sarebbe tragico se il PD si riducesse ad un luogo nel quale si discute solo di regole di vita interna.Il Paese ci chiede di sperimentare democrazia, non di trasformarci in una macchina di produzione di procedure interne. Un partito a vocazione maggioritaria, un partito che voglia cambiare i rapporti di forza nella società, deve essere un partito utile alle persone, non solo a se stesso. Siamo all’inizio di un percorso che vogliamo diventi costume democratico del Paese. Possiamo perdonarci qualche errore. Attorno a noi nessuno sbaglia, perché nessuno sperimenta democrazia. E il paradosso è che i media spesso si accaniscono sui nostri limiti, mentre nessuno parla dell’assoluta mancanza di democrazia negli altri partiti.A noi si rimprovera di fare primarie finte, quando c’è una leadership naturale. O al contrario di mettere in scena primarie-rissa, quando il risultato è aperto. Sarebbe già un piccolo passo avanti, se ci criticassero da un solo angolo visuale. Sarebbe un grande passo avanti, se qualcuno aprisse almeno un occhio sulla totale mancanza di democrazia di partito attorno a noi.Il nostro principale avversario, il “Popolo della libertà”, come dice il nome stesso, è una formazione politica tipicamente “populista”: l’unica democrazia che conosce è quella dell’applauso al leader. Un applauso ha accolto l’annuncio, a San Babila, dal predellino di un auto, che nasceva il Pdl. Un applauso ha segnato lo scioglimento di Forza Italia: una formazione politica che in quattordici anni di vita non ha mai tenuto un vero Congresso, non ha mai votato i suoi dirigenti.D’altra parte, qualcuno ha mai visto la Lega, o l’Italia dei Valori, fare un vero Congresso? O designare i suoi candidati con le primarie? Il modello populista è la regola della politica italiana, noi siamo la sola eccezione. Berlusconi ha definito il Pdl un baluardo della democrazia. Ma come può difendere, promuovere la democrazia un partito che non la pratica, non la vive al suo interno? Non è un caso se un giorno si e un giorno no gli scappa detto qualcosa che poi deve correggere, smussare, smentire, ma che in effetti tradisce il suo vero pensiero: come sarebbe bello se la Repubblica funzionasse come il Pdl, un uomo solo al comando, nelle sue mani tutti i poteri e tutto il potere – politico, economico, mediatico – niente contropoteri, niente parlamenti con le loro lentezze, niente opposizioni con le loro critiche depressive, niente magistrature indipendenti, niente libera stampa e giornalisti scomodi.E’ proprio la cupa potenza del populismo, di ogni populismo, di maggioranza e di opposizione, a definire la grandezza della sfida che abbiamo posto a noi stessi: scommettere sulla forza della democrazia, sulla chance del riformismo, sulla sua capacità di prevalere, anche in questo nostro Paese. Già le sento le dichiarazioni indignate di qualche esponente della destra. Tra qualche minuto ci risponderanno che non è vero, che il nostro è il solito antiberlusconismo ideologico. Rispondano, se credono, anche alla sfida che da qui vogliamo lanciare ai nostri avversari.E’ ora e tempo che si fissino per legge gli architravi della democrazia di partito, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione: statuti, bilanci, scadenze e modalità dei congressi, codici etici, primarie o altre procedure per la selezione dei candidati. E queste norme diventino condizione almeno per l’accesso al finanziamento pubblico. Noi siamo pronti a fare insieme questa riforma decisiva per la democrazia italiana.Il partito che siamo e vogliamo essere è un partito pluralista, fondato sul confronto delle idee e ricco di fondazioni, associazioni, centri di ricerca. Non dobbiamo, non vogliamo diventare invece un partito a canne d’organo, con catene di comando verticalizzate e correnti cristallizzate.Non esistono in democrazia grandi partiti che non siano pluralisti, sul piano politico e culturale. Ma il confine tra pluralismo, che è un valore di libertà, e degenerazione correntizia, che è invece una malattia mortale, va presidiato con grande attenzione.Vorrei che tutti lavorassimo per evitare, contrastare, limitare i rischi insiti nel correntismo: il prolungamento, nel nuovo partito, delle appartenenze e identità del passato, saltando l’esigenza e l’opportunità di mescolare le storie e di dar vita a nuove sintesi culturali e politiche; la riduzione del partito ad una federazione leggera di correnti rigide, strutturate organizzativamente; la riduzione della democrazia interna ad una spartizione correntizia, con la logica conseguenza che la solidarietà verticale con la corrente diventa l’unica via di partecipazione e di affermazione nella vita del partito.Dopo un anno di lavoro, inevitabilmente il modello di un partito nuovo deve essere oggetto di una riflessione sulla base dell’esperienza. Ci sono nodi che dobbiamo affrontare, in modo sereno, ma rigoroso e severo. Sul piano politico e anche sul piano statutario: mettendo al lavoro un gruppo, in seno alla Direzione, che avanzi proposte, da portare in Assemblea, sulle primarie e sul rapporto tra democrazia degli iscritti e democrazia degli elettori, sul rapporto tra pluralismo politico interno e unità del partito, sul ricambio dei gruppi dirigenti, e sul rapporto tra partito federale e poteri sostitutivi centrali. Dopo averne discusso con il Coordinamento e con i segretari regionali, chiedo che in questa fase particolare venga attribuito al Segretario il potere previsto dallo Statuto di intervenire in situazioni nelle quali sia necessario introdurre, anche attraverso commissariamenti, le indispensabili innovazioni.I prossimi mesi e il prossimo Congresso, che svolgeremo dopo le elezioni, saranno l’occasione per l’affermazione definitiva di una nuova generazione di dirigenti alla guida del partito. Dobbiamo far emergere le forze migliori, più coraggiose e innovative. Forze che abbiano dentro di sé l’identità democratica già compiuta.Per quanto mi riguarda, posso dire solo una cosa. Considero mio compito quello di riuscire nella realizzazione dell’impresa politica che ha costituito il sogno e la ragione del mio impegno: far nascere e radicare in Italia un grande partito riformista di massa, una forza democratica del nostro tempo. Sono al servizio di questo progetto, non il contrario.Abbiamo fondato il Partito Democratico nel fuoco di una tremenda battaglia politica. Un’operazione tanto più difficile da portare a termine nel pieno della crisi dell’Unione di centrosinistra, con una campagna elettorale anticipata, già molto segnata nel suo risultato finale.E’ la prima volta, nella storia d’Italia, che si dà vita ad un nuovo partito attraverso l’incontro di due forze politiche radicate nella storia del Paese. Stiamo realizzando il sogno di dar vita ad una casa comune di tutti i riformisti, ad un grande Partito Democratico. Dobbiamo essere tutti consapevoli del valore di questa nostra impresa e tutti insieme dobbiamo averne cura, dando prova di saggezza, generosità e responsabilità.A fronte dei pericoli presenti per il Paese, noi abbiamo oggi nelle nostre mani la possibilità e il dovere di sperimentare vie nuove, risposte utili e inedite, non solo per noi stessi, ma per la democrazia italiana. Perché non possiamo pensare la nostra forma-partito, se non nel quadro di questa fase drammatica della vita istituzionale e democratica della Repubblica.I vecchi partiti, in tutta una fase della storia italiana dopo la Liberazione, sono stati grandi costruttori di democrazia. Lo hanno fatto promuovendo, incivilendo, organizzando immensi ceti popolari ed anche plebi ignoranti ed escluse.Poi, dinanzi alla società nuova, più ricca, colta, emancipata, adulta, la società che è comparsa sulla scena nel ’68 e nel ‘69, i partiti storici, da elementi propulsori di sviluppo e di progresso, hanno cominciato a diventare e ad apparire “intercapedini” tra le istituzioni e i cittadini. Fu Aldo Moro il primo ad accorgersene, proprio nel ’68, quaranta anni fa, dieci prima della sua tragica e barbara uccisione: “Tempi nuovi s’annunciano”, aveva detto in un celebre discorso al suo partito. Tempi nei quali dovremo avere il coraggio di cambiare noi stessi, se vorremo essere ancora all’altezza del nostro compito. Ma i partiti italiani non furono in grado di cambiare se stessi, prigionieri com’erano di una contraddizione troppo grande, tra le ideologie che li dividevano, ricalcate sullo schema della guerra fredda, e i nuovi termini della questione italiana, che li avrebbe dovuti scomporre e ricomporre, lungo nuove frontiere. I partiti della Prima Repubblica entrarono così in una crisi irreversibile. Alcuni distruggendosi nel dilagare del malaffare, alla disperata ricerca di puntelli di potere, dopo che avevano avvertito come perduta la loro legittimazione storica. Altri estenuandosi in una infinita e sempre troppo lenta transizione.Dalla crisi dei vecchi partiti, dal 1992 in poi, il centrosinistra non ha mai più davvero tentato la costruzione di soggetti politici veramente nuovi. Da allora, ci siamo affidati prima al riformismo istituzionale, per ridefinire modi e forme della rappresentanza politica.Poi ci siamo affidati all’azione di governo, nazionale ma anche locale, per interpretare e cambiare gli orientamenti della società. Una sorta di “riformismo dall’alto”, come lo abbiamo definito autocriticamente, fragile perché non supportato da un consenso vasto, preparato negli anni dell’opposizione, spesi invece prevalentemente nella costruzione di larghe alleanze “contro” gli avversari. Nel frattempo sono nati e hanno dignitosamente vissuto soggetti politici sostanzialmente tradizionali, buoni ad accompagnare il lavoro istituzionale, ma che tutti insieme abbiamo giudicato insufficienti, inadeguati al compito di suscitare una nuova fase di riformismo e di democrazia.Oggi la sfida è quella di riprendere un percorso innovativo, da decenni interrotto. E non abbiamo molto tempo. Dando vita al Partito Democratico, abbiamo alimentato grandi aspettative, abbiamo suscitato una speranza nuova. Ora, abbiamo il dovere di non deludere.